Beni demaniali, un tesoro da 132 milioni - La mappa comune per comune

I DATI. Tra edifici e aree, sono 228 in Bergamasca. La maggior parte delle superfici riguarda cave e miniere. Oltre la metà del patrimonio disponibile a nuovi scopi, da recuperare, dare in concessione o vendere.

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Bergamo

Caserme, questure e palazzi di pregio, ma anche stazioni ferroviarie dismesse, miniere, cave ed ex alvei. Al 31 dicembre 2025 erano 228 i beni dello Stato nella provincia di Bergamo, ora già diventati 229 per un nuovo edificio nel frattempo ascritto ai beni demaniali. Si tratta di 154 fabbricati (ora 155), di cui 23 appartenenti al demanio storico-artistico – e pure per questa categoria c’è una variazione rispetto all’anno scorso, con due beni in meno, per i quali sono in corso trattative nell’ambito del federalismo demaniale che prevede il trasferimento a titolo gratuito dal patrimonio dello Stato agli enti territoriali – e 74 aree, disseminati tra città, pianura e montagne, per un valore complessivo di 132 milioni di euro.

La composizione del patrimonio

Un patrimonio eterogeneo che va oltre il dato economico e rappresenta una preziosa testimonianza delle trasformazioni del territorio. Non solo mura e terreni da amministrare: dietro ai numeri c’è molto altro. Edifici e aree nei quali lo Stato esercita ogni giorno le proprie funzioni, dai presìdi di sicurezza agli uffici giudiziari, dalle strutture penitenziarie alle sedi delle amministrazioni. Sono i cosiddetti beni indisponibili, che rappresentano circa il 25% dell’intero patrimonio statale bergamasco (il 68% a livello economico), come la Questura di via Noli, i presìdi dell’Arma in città e sul territorio provinciale o, per esempio, il distaccamento e la scuola regionale dei Vigili del Fuoco di Dalmine.

Poi ci sono i beni disponibili (il 61% del totale, oltre la metà), vale a dire gli immobili che hanno perso la loro funzione originaria e che possono essere recuperati, trasferiti, concessi o rimessi sul mercato, come le numerose ex stazioni ferroviarie delle Valli Brembana e Seriana e altre strutture non più strategiche, tra appartamenti, locali e box, acquisiti anche a seguito di debito d’imposta o confisca.

A completare il quadro ci sono 23 beni sottoposti a vincoli storico-artistici (il 10% del patrimonio totale), per un valore di quasi 31 milioni di euro, per i quali sono previste specifiche esigenze di tutela e conservazione. Tra questi figurano l’ex Casa del Fascio di Caravaggio, l’ex poligono di tiro a segno di Piazza Brembana e la Villa Eclettica di Gorno.

Le aree: per lo più siti estrattivi

Discorso a parte per le aree: oltre 38 milioni di metri quadrati di superficie, concentrate soprattutto nelle Valli. Un’estensione enorme che, però, sul piano economico rappresenta soltanto il 2,2% del valore complessivo del patrimonio demaniale. Il motivo è soprattutto legato alla storia mineraria e industriale del territorio.

Otto grandi aree sono infatti riconducibili direttamente ad attività estrattive, tra cave, giacimenti e concessioni minerarie. La più estesa è la miniera di barite delle Baite di Campo, a Roncobello, che da sola occupa 21 milioni di metri quadrati. Seguono la miniera di baritina Meraldo a Schilpario (5,76 milioni di mq) e la concessione mineraria Monica a Oltre il Colle (5,26 milioni). Insieme alle aree di Colere e Sedrina, rappresentano circa il 94,5% dell’intera superficie delle aree demaniali censite in provincia, che comprendono anche ex alvei, boschi e aree di pertinenza delle ex stazioni.

La mappa restituisce un patrimonio enorme e variegato, che richiede valutazioni costanti e strategie di gestione mirate. Ogni anno, infatti, l’Agenzia del Demanio aggiorna il portafoglio, verificando destinazione, stato d’uso, potenzialità e criticità.

Tra tutela e razionalizzazione

L’obiettivo, spiegano dal Demanio, è tutelare gli immobili di valore storico e identitario e, nello stesso tempo, attivare per il patrimonio non vincolato strategie mirate di razionalizzazione, valorizzazione e messa a reddito. Prima di tutto per rispondere alle esigenze delle amministrazioni, rafforzare i presìdi di polizia e gli alloggi di servizio per le Forze dell’ordine, oltre che razionalizzare gli spazi pubblici, individuando gli immobili da vendere o concedere, e accompagnando i trasferimenti agli enti territoriali quando il riuso pubblico locale rappresenta la soluzione più efficace.

Il patrimonio dello Stato viene considerato come una dotazione che deve continuare a produrre utilità anche quando cambiano le esigenze per cui un edificio o un’area erano stati originariamente acquisiti. Ma non è solo questione di alienare, anche perché l’ordinamento giuridico non consente la vendita di molti immobili, in particolare quando sono legati a specifiche funzioni pubbliche o sottoposti a vincoli. Rigenerare, in questo caso, è la parola chiave per il patrimonio disponibile.

«Rigenerare significa costruire insieme il futuro del territorio – spiega Mario Parlagreco, direttore regionale Lombardia dell’Agenzia del Demanio –. La sfida dell’Agenzia del

«Vogliamo contribuire concretamente alla rigenerazione urbana»

Demanio in Bergamasca è passare dalla conservazione alla generazione di valore pubblico e dal semplice concetto di gestione a quello, più ampio, di cura. Vogliamo contribuire concretamente alla rigenerazione urbana, mettendo a disposizione competenze, strumenti e patrimonio, promuovendo la più ampia partecipazione ai percorsi di sviluppo e il coinvolgimento degli stakeholder territoriali».

Il caso lampante è quello delle ex stazioni, dove alcuni compendi sono già interessati da percorsi di trasferimento o federalismo culturale. Ma le strategie sono molteplici: «Vendere ciò che non è più strategico, riutilizzare gli immobili per nuove funzioni, sostenere le amministrazioni e le Forze dell’ordine, tutelare i beni culturali e coinvolgere operatori qualificati sono tasselli di un’unica visione: fare del patrimonio dello Stato un motore di sviluppo sostenibile e condiviso».

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