Caso dati Lombardia, Ricciardi:
«Questa polemica fa male a chi la fa»

Il consigliere del ministro Speranza: «Più si va avanti, più emergono le difficoltà della Lombardia. Servono 3-4 settimane di chiusura rigida. I ritardi delle consegne? Sono ottimista, preoccupa la capacità vaccinale».

«Questa polemica fa male soprattutto a chi la fa: più si discute, più emerge la difficoltà tecnica che la Regione Lombardia ha avuto nell’effettuare i calcoli». Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, Roberto Speranza, prova a chiudere la questione del rimpallo di responsabilità nel conteggio dei malati di Covid che ha costretto per una settimana la Lombardia alla zona rossa, nonostante numeri da zona arancione. Un rimbalzo che continua da venerdì tra la Regione Lombardia e il Governo, tra accuse reciproche e minacce di nuovi ricorsi. «In realtà non credo ci sia alcun rimpallo di responsabilità – dice Ricciardi – perché la situazione è molto chiara ed è legata al fatto che dopo settimane la Regione Lombardia si è resa conto che stava facendo degli errori nelle notifiche, cioè non distingueva tra i positivi sintomatici e quelli guariti, facendo quindi aumentare enormemente il numeratore con il quale veniva effettuato il calcolo».

Professor Ricciardi, come mai questa cosa è successa solo in Lombardia?
«Questo in effetti non si capisce. Evidentemente la Lombardia deve fare una riflessione sul perché la regione più grande e più importante d’Italia non abbia strutture tecniche adeguate alla complessità di questa sfida. La Lombardia ha tantissime eccellenze e tante strutture importanti, non c’è dubbio però che la debolezza sul tracciamento, sull’epidemiologia e sulla prevenzione non siano i suoi punti forti, e per questo vanno rafforzati».

Siamo in una fase di riaperture, seppure graduali, mentre altri Stati dell’Unione Europea stanno annunciando nuovi lockdown.
«La nostra è una situazione di stallo, di equilibrio precario, in cui sarebbe necessario intensificare le misure con una chiusura più rigida di quattro settimane. Questo perché il sistema “a colori” rallenta l’aumento del contagio, ma non riesce a invertire la curva tanto che abbiamo ancora migliaia di casi e centinaia di morti al giorno».

In altre parole, il sistema “a colori” non funziona più?
«Va bene in un momento di epidemia discendente, quando si riapre dopo una drastica riduzione dei contagi. Noi, poi, abbiamo visto che solo le zone rosse hanno funzionato per diminuire la circolazione del virus, tanto è vero che le regioni con le situazioni migliori sono proprio quelle che sono state per un certo periodo in zona rossa. Quella arancione, invece, non serve per invertire la curva, ma per non farla crescere più di tanto. Questa situazione però non va bene, perché col passare del tempo è logorante per la salute – perché i contagi non diminuiscono – ma anche per l’economia e per la psiche di tutti. Senza scelte coraggiose, questo stillicidio andrà avanti per mesi».

Dunque, dice lei, fermiamoci subito, lasciando perdere – almeno per il momento – il sistema a colori.
«Esattamente. Non sono io a dirlo, ma l’evidenza scientifica che deriva da una comparazione fatta in 190 Paesi nel mondo. È l’unica cosa da fare, anche se è molto difficile perché siamo tutti stanchi. Ci vorrebbe una grande capacità decisionale; bisognerebbe essere chiari e fare un patto: si chiude per 3-4 settimane, dopodiché si torna a seguire i contagi con il tracciamento».

Lei immagina un lockdown come quello della scorsa primavera o una chiusura meno rigida?
«Credo non sia necessario chiudere tutto di nuovo; basterebbe una zona rossa ben rispettata, senza deroghe, in cui si possono svolgere solo le attività essenziali. Nel momento in cui la zona rossa permette di andare nelle seconde case o in quelle in affitto, si vanifica questo meccanismo. A me, poi, preoccupano moltissimo le varianti che stanno costringendo i Paesi del Nord a chiudere. Se non lo si fa ora, si potrebbe essere costretti a farlo tra qualche settimana in una situazione di emergenza».

Intanto i vaccini Pfizer sono in ritardo e anche AstraZeneca ha annunciato forniture ridotte. Qual è la situazione?
«Nel brevissimo periodo ci sarà un ritardo che allungherà di qualche settimana la copertura del personale sanitario e degli ospiti delle case di riposo, ma io sono ottimista perché nel breve-medio termine ci sarà un recupero. Pfizer ha garantito infatti che sta riprendendo bene la produzione dello stabilimento in Belgio, poi ce ne sarà uno nuovo in Germania che produrrà a pieno regime a febbraio. A me non preoccupa la quantità di vaccino, bensì la capacità vaccinale. Un conto è vaccinare migliaia di persone al giorno, un conto è vaccinarne centinaia di migliaia. E su questo devono accelerare sia le strutture nazionali che quelle regionali».

Insomma, l’Italia ancora non ha ancora un piano definito per la vaccinazione di massa che dovrebbe iniziare tra qualche settimana.
«Ci stiamo preparando, ma dobbiamo correre. I cittadini non sanno ancora dove andranno a farsi vaccinare, chi li chiamerà, come si registreranno, e neppure quale sarà il sistema informativo che gestirà queste operazioni. Sono cose che non possono essere lasciate al caso. Abbiamo visto dall’esperienza di altri Paesi che hanno già vaccinato in massa, come la Gran Bretagna e Israele, che questa organizzazione non è per niente facile: dobbiamo ancora strutturarci».

Cosa ne pensa dell’idea, che pure sembra impraticabile, lanciata dal commissario straordinario Domenico Arcuri di rivalersi su Pfizer per i ritardi nella consegna dei vaccini?
«Non è questa la strada. Entrare in un contenzioso con chi ci deve dare i vaccini, lo trovo controproducente. Nessun Paese ha la forza per opporsi a queste multinazionali che hanno quasi il monopolio. Potrebbe averla l’Unione Europea, che tutela quasi 500 milioni di cittadini, ma i tentativi di Italia e Polonia lasciano il tempo che trovano, in un momento in cui, tra l’altro, a noi servono i vaccini di queste aziende».

È possibile che una persona potrà decidere quale vaccino farsi somministrare?
«No, soprattutto con la scarsità di dosi che c’è adesso. La cosa importante in questo momento è farlo, tenendo conto che Pfizer e Moderna sono praticamente equivalenti. AstraZeneca è di poco inferiore in termini di protezione, ma è comunque protettivo. Potrebbe essere l’autorità sanitaria a pensare di somministrare questo vaccino a chi ha le difese immunitarie più forti, magari ai più giovani. Ma questo lo deciderà il Comitato tecnico scientifico».

Quando sapremo se i vaccini proteggono anche dal contagio?
«Ci vorrà del tempo, dobbiamo prima verificare che questo succeda e io penso che succederà. In questo momento è importante sapere che la mortalità è scesa drasticamente nelle fasce d’età che sono state vaccinate nei Paesi che hanno già avviato la vaccinazione di massa».

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