Commercio, la corsa delle medie strutture: +13% in dieci anni

IL FENOMENO. La superficie totale passa da 616mila metri quadrati a 697mila: 28 nuovi punti vendita. Nella Pianura occidentale l’incremento maggiore: +57,5%.

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Bergamo

Ancor prima delle statistiche puntuali, basta il colpo d’occhio quotidiano. Negli ultimi anni, la rivoluzione del commercio «fisico» – quello che ancora resiste alla cannibalizzazione dell’on line – ha maturato un tratto distintivo: la proliferazione di punti vendita di medie dimensioni, più grandi dei negozi di vicinato ma più piccoli dei supermercati.

Meno grandi centri commerciali

Non è più tempo dei grandi centri commerciali. Ormai le nuove insegne, tipicamente afferenti a catene nazionali o internazionali, sorgono in maniera più «autonoma», fuori dai mall e lontani dai centri abitati, sfruttando le arterie stradali e la facilità di collegamento. Spazi più relativamente più contenuti, prezzi concorrenziali (soprattutto discount), economie di scala.

Sono le «medie strutture di vendita», la definizione tecnica che ricomprende quegli esercizi con una superficie tra i 150 e i 1.500 metri quadri se insediati in comuni fino a 10mila abitanti, oppure tra i 250 e i 2.500 mq se in località oltre i 10mila residenti.

A confermare questa transizione ci sono i dati dell’Osservatorio regionale del commercio: in Bergamasca, tra il 30 giugno 2016 e il 30 giugno 2026 i punti vendita di questo tipo sono passati da 1.016 a 1.044, 28 in più (+2,8%), ma soprattutto hanno aumentato la propria estensione del 13%. In altri termini, questo segmento di mercato prima occupava 616.733, e ora è salito a 697.157 (+80.424 mq).

La trasformazione

Perché si corre a velocità differenti? Perché in questo decennio il turnover è stato guidato dal radicamento di nuovi franchise, capaci di prendere il posto di botteghe tradizionali ma con ampiezze maggiori, più vicine a quelle del supermercato (ma senza «sforare» di categoria) che non a quelle di un grosso negozio di vicinato. «Prima le medie strutture erano inserite nelle aree urbane, con metrature attorno ai 200 metri e una gestione familiare: erano grandi negozi. Poi – spiega Oscar Fusini, direttore di Confcommercio Bergamo –, sono stati rimpiazzati da medie superfici che arrivano, a seconda del contesto, verso i 1.500 o i 2.500 metri quadrati. Il saldo quantitativo è limitato, il vero cambiamento è nell’estensione».

Anche per Filippo Caselli, direttore di Confesercenti Bergamo, «c’è un effetto di sostituzione molto evidente, soprattutto nel ramo degli alimentari». Se infatti si scompattano i dati bergamaschi, il cambio di passo emerge plasticamente. Ancora tra le medie strutture di vendita, la quota complessiva dedicata al comparto alimentare è schizzata da 172.009 a 214.687 mq, con un balzo del 24,8%, mentre il non alimentare è cresciuto «solo» dell’8,5% (da 444.724 a 482.470 mq). Per questo, rimarca Caselli, siamo di fronte a «una trasformazione significativa della rete distributiva nei comuni della provincia di Bergamo».

La geografia

È andata così affermandosi una nuova geografia, con differenze profonde in base al territorio. Se si prende come riferimento la superficie totale di queste attività, il traino è nella pianura. Nella zona omogenea della pianura occidentale, tra il 2016 e il 2026 le metrature delle medie strutture di vendita hanno registrato un incremento del 57,5%, mentre nella pianura orientale il saldo indica un +32,3%; a cavallo tra questi due spicchi c’è la fascia sud dell’hinterland, in espansione del 35,1%. «La Bassa è sicuramente l’area della Bergamasca maggiormente interessata – segnala Fusini –, un continuum che parte da Lallio e vede più punti vendita in ogni comune».

Insomma, la grande distribuzione che tiene le fila di questo target commerciale ha puntato con decisione su un territorio densamente urbanizzato e demograficamente dinamico. È una «corona» di insegne che comincia alle porte della città e si spinge poi più lontano; lo attesta il fatto che nell’area urbana di Bergamo (il capoluogo e alcune località contigue) le metrature siano aumentate solo dell’1,8% nell’arco temporale considerato.

Non è una peculiarità orobica: «Bergamo, Brescia, Como, Lecco, Lodi e Sondrio perdono superficie nel capoluogo, mentre i rispettivi totali provinciali crescono – segnala Caselli, che è anche direttore di Confesercenti Lombardia –. Questo risultato evidenzia dinamiche diverse tra capoluoghi e altri comuni, ma non dimostra trasferimenti di attività da una località all’altra».

Andamento lento

Da altre parti il ritmo è più moderato, come nell’Isola-Val San Martino (+13,3% di superficie), nella zona dei laghi (+7,8%), o addirittura con un arretramento come per il Seriatese-Grumellese (-0,3%). In montagna, il quadro è complessivamente stazionario: immutata la situazione in Val di Scalve e quasi in Val Brembana (+0,2% di superficie), la val Seriana ha mostrato un rialzo lieve (+5,8%), la Valle Imagna vede una ritirata (tre attività in meno e -8,2% di superficie).

Ma perché, in generale, questo format è premiato? «Il tempo è la leva principale – risponde Fusini –: in questo “taglio” commerciale il cliente può fare una spesa più rapida. E poi c’è il tema dei prezzi: una parte consistente delle medie strutture di vendita recenti è un hard discount, con una forte concorrenza rispetto al retailer tradizionale».

Un modello vincente, dunque: «In alcune province lombarde, e Bergamo è tra queste – conclude Caselli –, la superficie complessiva delle medie strutture ha superato quella degli esercizi di vicinato». Un cambio di paradigma che ribadisce la fagocitazione dei «medi market» a discapito delle tradizionali piccole botteghe e, in parte, anche delle grande distribuzione.

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