Diaconi per sempre: la propria vita al servizio degli altri

LA CERIMONIA. Sabato sera nella chiesa ipogea del Seminario. Protagonisti tre giovani della nostra Diocesi. Una tappa verso l’ordinazione sacerdotale, il prossimo 29 maggio. Il richiamo alla radicalità evangelica di Francesco d’Assisi.

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Bergamo

Sabato sera (31 ottobre), alle 20.30, nella chiesa ipogea del Seminario saranno ordinati diaconi tre giovani della nostra diocesi: Diego Cortinovis, 24 anni, di Costa Serina; Henry Lazarte Garcia, 25 anni, di Negrone di Scanzorosciate; Raffaele Previtali, 25 anni, di Palazzago.

Il giorno e il luogo di questo evento, come anche l’immagine che Diego, Henry e Raffaele hanno scelto per raccontarsi, dicono molto di questa ordinazione. La chiesa ipogea del Seminario è dedicata a Cristo sommo ed eterno pastore: al centro dell’abside troneggia l’immagine di un Crocefisso che ha una pecora sulle spalle. L’intreccio evangelico è folgorante: il crocefisso è il buon pastore che porta la pecora smarrita. Fino al dono della propria vita. Nel cuore del Seminario è custodita quest’icona che indica la direzione: il diaconato, per questi tre giovani, è una tappa verso l’ordinazione sacerdotale, che sarà il 29 maggio, in Cattedrale. Una tappa indelebile: infatti, chi è ordinato diacono resta diacono per sempre, anche quando diventa prete. Si è pastori solo se si rimane diaconi – cioè servi e servitori – pronti a regalare la propria vita, a immagine del Pastore.

Una tappa indelebile: infatti, chi è ordinato diacono resta diacono per sempre, anche quando diventa prete. Si è pastori solo se si rimane diaconi – cioè servi e servitori – pronti a regalare la propria vita, a immagine del Pastore

Anche perché il 31 ottobre è la vigilia della Solennità di Tutti i Santi: non c’è altro traguardo nel diaconato che quello della santità. Il desiderio che percorre sottotraccia questa ordinazione è che sia una vigilia di santità, che apra e inauguri un tempo in cui crescere in ciò che rende pastori santi: la preghiera e la relazione con il Signore, la vicinanza della propria esistenza a quella della gente, il dono appassionato e generoso di sé, la capacità vivere il servizio con la gioia di chi sente che stare al posto degli ultimi è un privilegio da non barattare.

Non per niente, l’immaginetta e la frase scelte per fare da leitmotiv a questo passaggio di grazia sono il Crocefisso di san Damiano e un verso del Cantico delle Creature: «Laudate e benedicete mi’ Signore». Il richiamo a Francesco di Assisi e alla sua radicalità evangelica non lasciano molto margine.

Dunque, Diego, Henry e Raffaele invitano la nostra comunità diocesana a prendere parte alla celebrazione che, rendendoli diaconi, spalanca la loro vita sul servizio, sul diventare pastori, sulla santità e sulla misura che si può imparare da una biografia come quella di Francesco

Dunque, Diego, Henry e Raffaele invitano la nostra comunità diocesana a prendere parte alla celebrazione che, rendendoli diaconi, spalanca la loro vita sul servizio, sul diventare pastori, sulla santità e sulla misura che si può imparare da una biografia come quella di Francesco.

È la ragione per cui il rito dell’ordinazione diaconale è tanto esigente quanto implicante. Non possiamo ripercorrerlo tutto, ma tre momenti in modo particolare rendono visibile il significato del diventare diaconi.

Un primo snodo è la presentazione e l’elezione dei candidati: il rettore del Seminario, che ne ha seguito la formazione, presenta questi tre giovani al Vescovo chiamandoli per nome, uno per uno, ed essi sono chiamati a dire il loro «Eccomi» davanti all’assemblea. Un consenso libero e personale. E il dialogo tra il rettore e il Vescovo prosegue, perché quest’ultimo chiede se si è certi che i candidati siano degni di ricevere l’ordine del diaconato. È una domanda forte e onesta, non sgarbata: non è un esame di ammissione, è la serietà di un ingaggio che non è reclutamento o autocandidatura. Per diventare diaconi non basta che lo voglia il singolo: occorre che anche la Chiesa lo voglia, perché non si tratta di realizzare la propria vita e i propri sogni, ma la vita del buon pastore e il sogno del suo Regno. E proprio la delicatezza di tale passaggio viene espressa dalle parole del Vescovo: «Con l’aiuto di Dio e di Gesù Cristo nostro Salvatore noi scegliamo questi nostri fratelli per l’ordine del diaconato». Se non si entra nella logica di questo dialogo decisivo, si guarderà sempre al diventare preti con un’ottica fuorviante.

Un secondo momento è dato dagli impegni che ciascuno degli eletti si assume. Una serie di domande del Vescovo a cui rispondere il proprio: «Sì, lo voglio». Sono promesse per il futuro, che cominciano dentro la preghiera. Il primo «sì» riguarda la libera volontà di accogliere il dono di diventare diaconi. A esso fanno seguito tutti gli altri: la disponibilità a svolgere questo servizio con umiltà e carità. Ad annunciare la fede in Gesù con le parole e con le opere, fedeli all’insegnamento della Chiesa. Ad accogliere e custodire l’impegno del celibato. A pregare il breviario. A conformare al Signore la vita. A obbedire al Vescovo. Nessuna postilla: è tutto qui, fin dall’inizio. E il Vescovo conclude con una frase carica di speranza: «Dio, che ha iniziato in te la sua opera, la porti a compimento».

Infine, l’ultimo passaggio che qui sottolineiamo sono i riti esplicativi, dopo l’invocazione dei santi, l’imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione. Il momento in cui uno è già diventato diacono. Si viene rivestiti con gli abiti propri di questo ministero, si riceve il libro dei Vangeli e si scambia la pace con il Vescovo, una nuova identità, a immagine del Signore e in comunione con la Chiesa: «Ricevi il Vangelo di Cristo del quale sei divenuto l’annunciatore. Credi sempre ciò che proclami, insegna ciò che hai appreso nella fede, vivi ciò che insegni». Perché al dono del diaconato si è chiamati a corrispondere con libertà e con il dono della vita.

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