In città 600 negozi sfitti: «Più presidio e sicurezza per salvare il commercio»
LA RICERCA. Sono vuote circa il 16% delle vetrine, ma a Bergamo dati migliori della media. Fusini di Confcommercio: «Qui le attività sono meno esposte ai costi d’affitto e il turismo aiuta».
Lettura 2 min.Oltre 600 chiavi, una per ogni negozio sfitto stimato in città. Il 16 novembre Confcommercio Bergamo le consegnerà simbolicamente all’amministrazione comunale, nell’ambito di una mobilitazione nazionale promossa dall’associazione di categoria che coinvolgerà contemporaneamente decine di altre città per riportare l’attenzione dei Comuni sul commercio di vicinato, sulla desertificazione commerciale e sulle sue conseguenze. In un momento in cui la sicurezza e la vivibilità dei quartieri - a Bergamo come altrove in Italia - sono temi centrali, la chiusura dei negozi rischia di impoverire il tessuto economico e sociale, riducendo drasticamente l’attrattività dei centri storici.
I dati nazionali
Una buona notizia, tra i numeri di Confcommercio, però c’è. La ricerca condotta in collaborazione con l’Istituto Tagliacarne stima per il 2025 una quota di locali vuoti pari al 16,9% a livello nazionale, pari a 460.466 su 2.719.039 unità locali. Per Bergamo, sulla base dei dati dell’istituto, la percentuale si colloca tra il 15,5% e il 16%, circa 600-640 negozi su un totale di circa 4mila. Un valore inferiore a quello nazionale e nettamente più basso rispetto al 19,5% rilevato nelle città di medie dimensioni. Il confronto con il Nordovest, dove la quota è del 13,6%, restituisce invece un dato bergamasco leggermente superiore, anche per l’influenza della realtà metropolitana milanese, dove il peso dei negozi sfitti contribuisce a condizionare la media dell’intera area.
La situazione a Bergamo è migliore della media nazionale
«La nostra città sta tenendo meglio di tante altre – osserva Oscar Fusini, direttore di Confcommercio Bergamo –. Qui la percentuale di negozianti proprietari dei muri è più alta e questo rende le imprese più solide, perché meno esposte ai costi degli affitti. Inoltre, il consumatore continua a frequentare i negozi e dispone di margini di spesa, mentre il turismo contribuisce a sostenere il commercio cittadino».
Il 41,2% sono proprietari
Gli ultimi dati dell’Osservatorio del commercio di Confcommercio Bergamo con Format Research confermano questa particolarità: il 41,2% dei negozi è in immobili di proprietà, contro il 58,8% in affitto. La quota dei proprietari supera sia la media nazionale, pari al 36,6%, sia quella lombarda, al 36,7%. Un elemento che può fare la differenza quando i ricavi rallentano e i costi fissi continuano a pesare sui bilanci. La proprietà dei locali non basta, da sola, a mettere al riparo dalla crisi, ma riduce l’esposizione finanziaria legata ai canoni di locazione.
La tenuta complessiva, però, non cancella le difficoltà di alcune categorie. La ricerca nazionale individua tra i comparti più colpiti il piccolo commercio alimentare, con il 26,7% di locali sfitti, quello non alimentare, al 26,1%, e i bar, al 22,8%. Tra le attività più esposte, anche in città, figurano la maglieria e la merceria, le confezioni per bambini, le calzature e gli accessori, i panifici e i fruttivendoli.
Sono attività di prossimità che risentono della concorrenza, dei cambiamenti nelle abitudini di acquisto e della difficoltà di sostenere i costi di gestione. La chiusura di un esercizio, però, non è soltanto un problema economico: riduce i servizi disponibili nel quartiere e la presenza quotidiana di persone, con conseguenze anche sulla percezione di sicurezza.
«È fondamentale mantenere alta l’attenzione sul commercio – sottolinea Fusini –. La desertificazione produce danni economici, ma anche problemi di sicurezza e di presidio sociale. Quando un negozio chiude, viene meno un punto di riferimento per la zona e il vuoto lasciato può innescare altre difficoltà».
La consegna delle chiavi
La mobilitazione del 16 novembre, in programma al mattino nella sede di Confcommercio Bergamo, servirà proprio a richiamare l’attenzione su queste dinamiche. L’associazione presenterà un’altra ricerca, condotta in ottobre, per misurare la percezione nei commercianti
«Vogliamo tornare a parlare di negozi e di ciò che rappresentano per le città»
degli effetti dei negozi sfitti nelle aree commerciali del loro territorio e avanzerà una serie di proposte per contrastare il fenomeno. «La consegna simbolica delle chiavi alla sindaca non intende attribuire al Comune responsabilità esclusive, né ignorare i limiti degli strumenti a disposizione delle amministrazioni locali – conclude Fusini –. Vogliamo tornare a parlare di negozi e di ciò che rappresentano per le città. Presenteremo una proposta di contrasto alla desertificazione commerciale rivolta a tutte le amministrazioni, perché il problema riguarda l’intero Paese e richiede risposte concrete».
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