Lorini: «Il virus verso l’endemia, soprattutto grazie ai vaccini»

L’intervista Luca Lorini analizza lo scenario attuale: «La malattia la stiamo facendo un po’ tutti, ma a bassissima complessità».

«È importante parlare di ciò che si sa per certo. E che cosa si sa, oggi? Che in ospedale di pazienti ammalati di Covid ce ne sono pochissimi, questo non si discute». Luca Lorini, direttore del Dipartimento di Emergenza-Urgenza e Area critica del «Papa Giovanni», parte dalle certezze. Da ciò che vede quotidianamente qui, in questo ospedale che ha fatto – e vissuto – la storia della pandemia. Perché qui, quasi due anni e mezzo fa, si arrivò a 550 ricoverati per Covid, di cui un’ottantina in Terapia intensiva. Oggi, appunto, lo scenario è ben diverso.

Totalmente diverso, qui e negli altri ospedali. Nonostante la circolazione virale sia oltre cento volte superiore a un anno fa, le Terapie intensive restano «tranquille»: anche in queste settimane si è rimasti mediamente con meno di 30 pazienti nelle rianimazioni lombarde, e a poche unità in quella del «Papa Giovanni». Non solo il vaccino ha permesso di ridurre al minimo i casi di malattia grave: «Grazie al vaccino – sottolinea Lorini – abbiamo costretto il virus a trasformarsi in varianti meno aggressive». È la strada verso l’endemia, ciò che si sperava a marzo 2020 all’esplosione drammatica della pandemia.

Dottore, i contagi galoppano. I ricoveri un po’ crescono, ma restano sotto controllo. Qual è la sintesi di questa fase?

«In ospedale ci sono pochissime persone ammalate di Covid. In Italia le terapie sono sotto la fatidica asticella del 4% di occupazione, un dato bassissimo. Per farsi un’idea, nelle fasi acute abbiamo superato anche il 50%, e nella prima ondata siamo praticamente arrivati al 100%. Stamattina (ieri per chi legge, ndr) in tutta la Lombardia c’erano appena 27 ricoverati nelle Terapie intensive, un numero stabile da settimane. La gente non arriva in ospedale e in Terapia intensiva perché non si ammala. Anche il numero dei morti attribuiti al Covid è relativamente basso».

L’infezione, che pure galoppa, in sostanza è diventata più leggera?

«Dobbiamo distinguere l’infezione dalla malattia. Il numero di contagi, ciò che io chiamo “tamponiti”, è alto, ma non sono alti i numeri della malattia. La scorsa settimana avrò ricevuto richiesta su come comportarsi da almeno 50 persone con tampone positivo. A loro ho detto che avrebbero avuto un po’ di mal di gola, di febbre bassa, di dolore alle ossa, e che questi sintomi sarebbero durati 2-3 giorni: a distanza di pochi giorni, tutte queste persone sono state bene. Questo è un dato certo».

La pandemia sta cambiando?

«Per dare una chiave di lettura realistica, questa è la fase endemica che avremmo cercato nella fase più critica della prima ondata. La malattia la stiamo facendo un po’ tutti, ma a bassissima complessità: se continuerà così, si tramuterà da pandemia a endemia. Poi, certo, ci sono ancora delle cose che non sappiamo sull’evoluzione del virus, e dobbiamo riconoscerlo».

Ri-vaccinarsi adesso è giusto?

«Il rapporto costo-beneficio, nella fascia della popolazione a rischio, è a favore dell’efficacia. A un settantenne dico di farla, per esempio: così si copre in questa fase di picco dei contagi. Il picco tra l’altro è probabile che si stabilizzi in questa settimana, poi inizi a scendere. Diverso sarebbe estendere a tutti, compresi i giovani sani, la quarta dose. Su questo ho una posizione diversa, e la dico: la popolazione “normale” può anche non farla. Chi è a rischio invece la deve fare».

Qualcuno dice appunto che questa nuova ondata è la dimostrazione di come i vaccini abbiano «fallito». Come si risponde a questa critica azzardata?

«Rispondo partendo dal dato che oggi in Italia ci sono in media circa 80mila tamponi positivi al giorno ma solo 50 morti. Il vaccino, oltre a proteggere, ha costretto il virus a trasformarsi in varianti sempre meno aggressive: è un dato di fatto. Se avessimo avuto 80mila casi al giorno di Delta (la variante precedente, ndr), avremmo avuto 5mila morti al giorno: la proporzione era quella, oggi le cose sono ben diverse. Poi uno può dire: cosa sarebbe accaduto se non avessimo fatto i vaccini? Non si può sapere, ma è un rischio che non voglio certo correre. È vero, non si ha la certezza sulla durata della protezione della nuova dose. Ma proprio per questo è importante che i fragili la facciano ora: per essere protetti appunto già ora, in attesa di quello che accadrà a ottobre».

Insomma: si può dire che due anni e mezzo fa, nel pieno della tragedia, speravamo di arrivare a una situazione di convivenza col virus simile all’attuale?

«In quella fase là avremmo sperato che il virus diventasse così».

Possiamo fare davvero una vita normale?

«Quello che succede tra venti giorni nessuno lo può sapere. Nessuno può sapere se salta fuori una nuova variante più aggressiva. Nella socialità siamo tornati molto verso la normalità, poi dico una cosa: se mi trovo con 50 persone in una stanza, è meglio avere la mascherina. Portarsela dietro non ha un costo pazzesco, mi metto dalla parte della ragione e in quel caso la indosso. Sia chiaro: la indosso non perché abbia paura di morire, ma per non avere 2-3 giorni di mal di gola».

Quali sono le domande su cui la scienza si sta ancora interrogando?

«La prima è sulla durata della protezione dell’attuale vaccino alla luce delle varianti attuali. L’altro tema è sui prossimi mesi: nell’altro emisfero, che per una questione di stagione è “avanti”, non è ancora emersa una variante così cattiva da costringerci a preparare un nuovo vaccino. Questo è un segnale buono. Come sempre, però, dobbiamo essere pronti a cambiare direttive se i numeri ci diranno qualcosa di diverso».

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