Nell’acqua con nuoto e vela, accorciate
le distanze tra normalità e disabilità

Marco Gualandris, senza l’uso delle gambe per un incidente, è diventato un campione e ora pure istruttore.

Il vento, una barca, un lago: così Marco Gualandris, di Brembate, campione di vela paralimpica, ha imparato ad accorciare le distanze tra normalità e disabilità, tra chi può camminare e chi no. Sull’acqua il confine diventa più labile e, come dice Giovanni Soldini, che ha fatto della vela la sua vita, si può sempre «superare nuovi limiti e sfruttare il vento per correre più veloce».

L’incidente in moto a vent’anni

È dal 1997 che Marco ha perso l’uso delle gambe, a causa di un grave incidente: «La mia passione quando avevo vent’anni erano le moto da enduro – racconta –. Una domenica mattina ero in giro per i boschi con gli amici. C’erano un po’ di foglie a terra che coprivano il sentiero. A un certo punto sono finito su un sasso. Una caduta apparentemente banale, eppure sono rimasto a terra, con una lesione alla colonna vertebrale. Sono arrivati subito i soccorsi, non ho mai perso conoscenza, mi ricordo tutto. Avevo 24 anni e ora ne ho 46, il tempo vola». Pochi giorni dopo è arrivato il durissimo verdetto: «Ho chiesto di vedere le radiografie. Si vedeva chiaramente il distacco della colonna, ho capito che non c’era nulla da fare».

Il lavoro in cooperativa

Marco lavorava in una ditta del suo paese, ma da quel giorno è cambiato tutto: «Poco dopo ho incominciato a lavorare per la cooperativa «Il Segno», come impiegato amministrativo: un ambiente molto accogliente, dove mi trovo benissimo, ma la mia vita è ripartita soprattutto grazie allo sport». Il primo suggerimento degli specialisti del centro di riabilitazione è stato quello di nuotare: «Mi hanno spiegato che il massaggio dell’acqua sul corpo fa bene, tonifica i muscoli e sostiene lo scheletro. Ho nuotato fino al 2003 all’Italcementi». Poi si è avvicinato alla vela, quasi per caso: «Ero sul lago di Como, a Dervio, per una gita e sono passato vicino alla scuola di vela. C’era un istruttore davanti all’ingresso, ha notato che stavo osservando le barche con curiosità e mi ha chiesto se ero lì per il corso. Mi ha spiegato come si svolgeva e mi ha lasciato un dépliant. Mi è sembrata una bella novità e ho deciso di provare. Non immaginavo di certo che quella sarebbe diventata la mia più grande passione».

I primi anni dopo l’incidente sono stati molto duri per Marco: «Ho dovuto imparare tutto da capo: riprendere confidenza con il corpo, che era completamente cambiato. Ci sono molti problemi che accompagnano la lesione e dipendono da essa, anche se indirettamente. Sono diventato più vulnerabile, all’inizio mi sembrava che le complicazioni saltassero fuori dal nulla, poi ho imparato a riconoscere i segnali, a percepire meglio i mutamenti delle mie condizioni fisiche, e a scegliere le terapie corrette. I primi tre anni sono stati i più duri».

La vela ha donato a Marco nuovi punti di vista e nuovi sogni: «Non avevo paura dell’acqua, sapevo nuotare bene, e fin dall’inizio salendo su una barca ho assaporato la sensazione di poter andare di nuovo dove voglio, senza limiti, di essere a contatto con la natura. Ho imparato a osservarla e ad apprezzarla molto più di prima».

Le abilità del velista e le gare

Sono molte le abilità richieste a un velista: «Non sono soltanto capacità fisiche, bisogna usare molto la testa, perché la navigazione senza un po’ di ragionamento non funziona. Al corso ho conosciuto altri ragazzi. Abbiamo subito coltivato l’idea di creare un gruppo in provincia di Bergamo, dove si trovano i laghi di Endine e d’Iseo. Abbiamo trovato ottima accoglienza e ospitalità grazie all’amministrazione di Lovere: lì ci sono un porto turistico e una scuola di vela, con la quale abbiamo iniziato un rapporto di collaborazione. Abbiamo avviato un progetto che si chiama Disvela, con atleti normodotati e disabili. Abbiamo incominciato con tre piccole imbarcazioni, all’inizio eravamo in pochi, qualcuno si è aggiunto strada facendo. La vera svolta è arrivata nel 2009, quando siamo entrati nella Nazionale di vela. Sono arrivati i tecnici della Federvela per aiutarci a fare un salto di qualità nella tecnica di regata, nella tattica e strategia. Ognuno si è specializzato su tipologie di imbarcazioni differenti: quella per il singolo, che usavamo già da anni, il doppio che prevede la partecipazione di un uomo e di una donna, e infine un’altra più grande a tre posti. Io ho scelto il doppio in abbinamento con Marta Zanetti, una ragazza disabile di Trieste moglie di un mio amico, che si è lanciata con molto entusiasmo in questa nuova avventura. La barca per il doppio si chiama “Skud 18” e con essa siamo andati fino in Inghilterra per le qualificazioni alle Paralimpiadi: è andata bene, ci siamo inseriti più o meno a metà classifica, così è iniziato il percorso che ci ha portato alle Paralimpiadi di Londra nel 2012 dove siamo arrivati quinti e a quelle di Rio nel 2016, quando ci siamo classificati sesti. Abbiamo dovuto combinare gli allenamenti a metà distanza sul lago di Garda, a Malcesine, dove c’era il Centro federale. Per ottimizzare tempi e spostamenti seguivamo sessioni di allenamento di quattro o cinque giorni alla volta, perché era l’unico modo per ottenere buoni risultati. Così mediamente in quel periodo trascorrevamo in acqua un centinaio di giornate». Tra la prima e la seconda Paralimpiade, Marco ha collezionato altri successi: il secondo posto nel 2013 ai Mondiali di Kinsale in Irlanda e poi ai campionati europei di Arbon. Nel 2014, un altro argento agli Europei di Medemblik e un terzo posto ai Mondiali in Canada. Dopo Rio, però, l’attività è rallentata: «Hanno messo una soglia alle discipline sportive paralimpiche – chiarisce Marco –, creando un avvicendamento, perciò la vela non ci sarà nel 2020, e forse nemmeno nel 2024».

Nel giugno scorso è arrivata un’altra vittoria, al campionato italiano a Palermo: «Tre prove in cinque giornate e sono riuscito a vincere, è stata una bella soddisfazione – sorride Marco –. Mi ha accompagnato la mia fidanzata Francesca, ci siamo divertiti molto. Di solito ci sono sempre fatica, lacrime e sangue, stavolta è andato tutto bene, dalla mia parte ho moltissime ore trascorse in acqua e una certa esperienza tecnica». Ottima prova anche ai Mondiali di Puerto Sherry, in Spagna, disputati nei giorni scorsi, in cui Gualandris si è classificato al quarto posto. «Continuo ad allenarmi a Lovere – osserva – dove in questi anni si sono dimostrati sempre accoglienti nei confronti del nostro gruppo. Lavoriamo con l’Avas, l’Associazione velica Alto Sebino. Attualmente siamo una dozzina tra accompagnatori e atleti e partecipiamo a tutto il campionato che organizzano sul lago d’Iseo».

È una bella esperienza di sport integrato, in cui atleti disabili e normodotati gareggiano insieme: «È proprio l’integrazione che lo rende speciale, un messaggio positivo per tutti. La possibilità di far gareggiare insieme questi atleti si sta diffondendo anche in altre discipline, dove è possibile, da qualche anno se ne parla anche a livello europeo. A bordo di un’imbarcazione con gli adeguati equipaggiamenti siamo di solito due persone disabili con altre non disabili. Partecipiamo insieme alle regate “regolari” e l’anno scorso abbiamo vinto il campionato. All’inizio non ci davano tanta fiducia, abbiamo dovuto vincere anche i pregiudizi. Arrivavamo con la sedia a rotelle e ci guardavano con diffidenza. Poi col passare del tempo è diventata un’abitudine, adesso nessuno si stupisce più. Non tutti gli ambienti sono così ricettivi ai cambiamenti, anche se a noi piacerebbe che questo messaggio si diffondesse».

Il progetto con le scuole

Il progetto Disvela è entrato anche nelle scuole: «Gli studenti del liceo scientifico Decio Celeri con indirizzo sportivo partecipano con noi ad attività di sport integrato, e sicuramente è un’esperienza importante e positiva per loro. È bello praticare discipline paralimpiche ma è importante per chi ha una disabilità sapere di poter stare con persone “normali” e divertirsi insieme senza sentirsi penalizzati». La vela è uno sport che si può praticare a ogni età: «Ci sono atleti a partire dai sei anni fino a un’età avanzata, quando l’esperienza compensa la diminuzione di forza fisica. La sensazione di trovarsi in mezzo al lago, di abbandonarsi al piacere di navigare, di poter scegliere dove andare è impagabile, riesce ad allontanare pensieri e preoccupazioni. Dopo un weekend sulla barca riprendo a lavorare con nuova energia».

I viaggi

La vela ha rappresentato per Marco anche una bella occasione per viaggiare: «Ho visitato posti dove altrimenti non sarei mai arrivato, come il Canada e l’Australia. È bello partecipare alle competizioni internazionali anche se c’è la parte logistica da gestire e non è sempre facile: bisogna portare anche le barche, con il carrello se la meta è vicina, altrimenti bisogna spedirle con un container un mese prima». A quindici anni da quel primo corso a Ervio, Marco considera la vela «uno sport emozionante che ha il sapore dell’avventura. A volte può diventare anche rischioso quando le condizioni meteo sono avverse e fatichi a governare la barca. In altre occasioni, quando non c’è vento, diventa un po’ noioso e spinge ad allenare altre virtù, come la pazienza. Da qualche anno sono diventato istruttore e mi piacerebbe trasmettere questa passione anche ad altri». Con il tempo Marco ha imparato a considerare il suo incidente come un’opportunità, un cambiamento, non solo un ostacolo: «Non ce l’avrei fatta – sorride – senza il sostegno della mia famiglia, prima di tutto i miei genitori Amilcare e Rosaria, e dei miei amici. Non sono meno felice di prima. Penso che davvero la vita sia per il 10 per cento ciò che ti accade e per il 90 per cento come reagisci, come dicono alcuni psicologi. Con gli stimoli giusti, tutto si può affrontare. Ma contano molto l’apertura mentale, il coraggio, la tenacia e la voglia di mettersi in gioco».

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