Papa Giovanni, Covid e danni al cuore
Una «spia» segnala il rischio di mortalità

Pubblicato sulla rivista Jama Cardiology. Il Papa Giovanni leader nella ricerca. Senni: livelli alti di troponina collegati a un aggravamento dei pazienti.

Che l’infezione da Covid provocasse danni a più organi, e non solo all’apparato respiratorio, ormai lo si sapeva. Quel che non si sapeva, però, è che esiste una spia – una sorta di marcatore – che può predire la mortalità dei pazienti contagiati.

A individuarla i team di 13 Cardiologie italiane coordinati dai primari di Cardiologia del Papa Giovanni XXIII Michele Senni e degli Spedali Civili di Brescia Marco Metra. Lo studio messo a punto dagli esperti è appena stato pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Jama Cardiology. E si basa sull’analisi retrospettiva di oltre 600 pazienti (un’ottantina quelli bergamaschi) ricoverati nei reparti di Cardiologia degli ospedali italiani fra marzo e aprile, mesi clou dell’epidemia. «Questi pazienti, tutti positivi al Sars-CoV-2 erano ricoverati nei nostri reparti per patologie cardiache – spiega Michele Senni –. Parliamo di scompensi cardiaci, aritmie, niente a che vedere con eventi acuti o infarti. Eppure abbiamo rilevato che nel 45% dei ricoverati i livelli di troponina - enzima a livelli solitamente alti nei pazienti soggetti a infarti del miocardio - erano elevati. Ebbene, il nostro studio ha dimostrato che ad alti livelli di troponina si associa un notevole aumento della mortalità nei pazienti affetti da Covid-19. Di quel 45% di contagiati con elevato livello di troponina, infatti, il 40% circa dei pazienti è morto».

Uno studio che offre un’arma importante per combattere il coronavirus: se la troponina – o meglio, un livello elevato di troponina – può essere considerato come un marcatore predittivo della mortalità, un semplice esame del sangue può risultare decisivo. «Dal nostro studio si evince chiaramente come l’analisi della troponina debba diventare un esame di routine da fare ai pazienti ricoverati per coronavirus – osserva Senni –. Se ne viene riscontrato un alto livello nel sangue, i medici hanno la possibilità di ricalibrare la cura, rendendola più aggressiva, o di valutare il ricovero in terapia intensiva cardiologica per prevenire un peggioramento della prognosi del paziente. La troponina, peraltro, si associa anche ad eventi acuti, quali lo scompenso cardiaco, l’insufficienza renale acuta, l’embolia polmonare e maggiori sanguinamenti».

Agli esperti resta da chiarire come mai chi si ammala di coronavirus abbia livelli così elevati di un marcatore che, tradizionalmente, è una spia dell’infarto miocardico. «Ci sono diverse ipotesi sul tavolo – fa sapere il primario –. La più verosimile è che la tempesta infiammatoria provocata dal virus attacchi e danneggi anche il cuore, le cui cellule morte rilasciano alti livelli di troponina».

Allo studio pubblicato su Jama Cardiology hanno collaborato anche Annamaria Iorio e Andrea Pozzi, del Dipartimento di Cardiologia del Papa Giovanni XXIII, e sempre dallo stesso presidio anche Antonio Bellasi, responsabile del Covid-lab.

E il presidio cittadino sta contribuendo alla ricerca legata agli effetti dell’epidemia anche su un altro fronte. Sulla prestigiosa rivista statunitense Journal Cardiac Failure sono appena stati pubblicati i dati provenienti dai defibrillatori cardiaci di circa 200 pazienti seguiti dal Papa Giovanni XXIII tramite monitoraggio remoto, per valutare come il lockdown abbia influito sul livello di attività fisica. «Abbiamo osservato come l’attività fisica quotidiana – affermano Giovanni Malanchini e Paolo De Filippo, cardiologi ed elettrofisiologi del Papa Giovanni XXIII, oltre che autori della ricerca appena pubblicata – si sia ridotta di più del 25% a partire da marzo 2020, rispetto ai mesi immediatamente precedenti. Questo fenomeno non è da sottovalutare, considerando i noti effetti protettivi dell’attività fisica contro la mortalità e la patologia cardiovascolare in generale. Nei prossimi mesi bisognerà prevedere misure efficaci per permettere ai pazienti cardiopatici la ripresa di un adeguato movimento».A ribadire, semmai ce ne fosse bisogno, la centralità degli studi cardiologici in relazione al coronavirus, la partecipazione record al recente Congresso Europeo della Cardiologia. Oltre 116 mila esperti si sono riuniti (virtualmente) fra il 29 agosto e l’1 settembre: e fra gli autori delle linee guida presentate al Congresso proprio in tema Covid anche Michele Senni e Mauro Gori, rispettivamente primario e cardiologo del Papa Giovanni XXIII. Dall’ospedale cittadino il team di esperti sta conducendo anche altri importanti studi, in corso di revisione da parte di prestigiose riviste internazionali, relativi all’interazione tra cuore e polmone nei pazienti più gravi ricoverati in terapia intensiva, all’effetto di farmaci inibitori, all’utilizzo di altri biomarcatori oltre la troponina.

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