Pregliasco: «Ora tanti vaccinati o guariti. Verso la convivenza con il virus»

L’intervista al virologo: «Non siamo all’immunità di gregge. Il virus creerà di nuovo problemi in autunno, ma in maniera attenuata».

Non è ancora la fine della pandemia. Omicron, tuttavia, ha stravolto il quadro di due anni di emergenza e suggerisce un prosieguo ben differente da ciò che ci si immaginava sino allo scorso novembre. Diffusiva come non mai ma meno aggressiva (e per di più piombata su una popolazione in gran parte vaccinata), la variante trainante di questa quarta ondata ha sicuramente disegnato uno scenario inedito.

Delta è ormai residuale, Alfa (quella «inglese») è un ricordo sbiadito, il ceppo originario - il responsabile della tragedia della prima ondata - è sparito da tempo immemore. Omicron allora «serve come transizione», riflette Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli Studi di Milano e direttore sanitario del «Galeazzi» di Milano: non siamo all’immunità di gregge, specifica il professore, ma l’eredità di Omicron è una popolazione in larghissima parte immunizzata. Un fattore, questo, che può essere decisivo il prossimo autunno.

Professore, partiamo dal presente: a che punto è questa ondata?

«Siamo al plateau e la discesa ci sarà. I dati mostrano, in maniera piuttosto consolidata, un raffreddamento oggettivo del numero di nuovi casi. Rimane la tristezza per il dato giornaliero dei decessi causati dal virus: questo però, e l’abbiamo imparato nelle precedenti ondate, è il dato che cala per ultimo, circa 15 giorni dopo il plateau dei ricoveri. C’è ancora una certa quota di impegno a livello ospedaliero, però con una tendenza di riduzione».

Due mesi di Omicron cosa ci insegnano?

«Omicron in un certo senso sta facendo un buon lavoro. Certo ha creato un problema molto forte nell’immediato, perché numeri così elevati hanno determinato un importante carico anche ospedaliero, oltre che nei contagi. C’è però un secondo effetto di più lungo periodo che può essere interessante: ora ci sono ora moltissime persone protette».

Questo effetto interessante è determinato dal fatto che Omicron è più diffusiva ma meno aggressiva?

«Adesso abbiamo persone protette grazie al vaccino e persone non vaccinate che però sono guarite dall’infezione, e poi, in misura inferiore, anche persone protette perché vaccinate e allo stesso tempo poi infette. Chiaramente va ribadito che l’efficacia del vaccino si è vista in termini di protezione dalle conseguenze più gravi della malattia».

Il discorso dell’immunità di gregge è fondato?

«Omicron non ci poterà all’immunità di gregge, ma a una situazione in cui il virus di nuovo creerà problemi in autunno, però in maniera più attenuata: sarà un virus che andrà ad appesantire la stagione dei virus respiratori invernali, quelli cioè che si verificano ogni anno in quel periodo. Più in generale: di fronte alla pandemia dobbiamo ancora stringere i denti, ma la situazione ora ci dà più fiducia».

Omicron rappresenta la svolta nella pandemia? È l’inizio della fine dell’emergenza?

«Omicron serve come transizione. Il Covid non si è raffreddorizzato, questo no, ma Omicron ha ridotto di un terzo le complicanze. Questa riduzione è poi mitigata ancor più dal vaccino: se non sempre riesce a fermare anche l’infezione, il vaccino fa comunque molto in fatto di protezione dalle conseguenze più gravi della malattia».

Si parla anche di una nuova mutazione, Omicron 2. È davvero una nuova variante?

«Omicron 2 non sembra dare particolari differenze rispetto all’Omicron originaria. Il virus non è intelligente, ma commette errori di replicazioni e la gran parte non danno vantaggi al virus stesso».

Cosa dobbiamo aspettarci, allora, in fatto di varianti?

«Provo a usare una metafora: il virus è come una cuoca che produce torte. Ne produce molte, ma in modo disattento, e variando casualmente la ricetta. La gran parte delle torte uscirà male, a volte invece casualmente escono delle torte con un ingrediente inedito e che ha però successo. Ecco, fuor di metafora: le varianti in genere non danno caratteristiche vantaggiose al virus, e solo una piccolissima parte si diffonde effettivamente».

Per quanto dovremo convivere ancora col virus?

«Ancora a lungo. Andremo avanti con un andamento ancora ondate, però via via sempre più lievi. Questo virus, alla lunga, si aggiungerà ai tanti virus respiratori invernali, restando tuttavia un po’ più aggressivo degli altri».

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