«Riforma dei medici, un errore fermarsi». La Regione bacchetta lo stop del governo
IL DIBATTITO. Il presidente della Lombardia Fontana sul dietrofront: «Scelta sbagliata, avvicinava la sanità ai cittadini». Marinoni: «Il decreto avrebbe desertificato il territorio». L’Istituto Mario Negri: «Serve superare l’immobilismo».
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Più che sanitaria, la partita è diventata politica. Politico il braccio di ferro, politici i risvolti. Lo stop alla riforma della medicina di territorio, presentata dal ministro della Salute Orazio Schillaci ma messa a punto con un contributo decisivo della Regione Lombardia e del Lazio, ha così innescato una serie di reazioni non certo soft. Basta leggere le parole del governatore lombardo Attilio Fontana: il dietrofront è «una scelta veramente sbagliata del governo, anche perché era una proposta che era stata sottoscritta sia dal centrosinistra che dal centrodestra. Questo avrebbe dovuto far riflettere un po’ di più il governo perché era una strada necessaria».
Fontana lo ha dichiarato giovedì 11 giugno parlando con i cronisti a margine di un evento a Milano, ma la vera frattura – dopo le avvisaglie dello scorso weekend – s’era consumata ventiquattr’ore prima, quando il capo di gabinetto del ministero della Salute aveva formalmente notificato agli assessori regionali alla Sanità l’interruzione dell’iter. Al centro del progetto c’era la creazione di una forma di «dipendenza volontaria» per i medici di base (che storicamente, invece, sono dei liberi professionisti in convenzione con il Servizio sanitario) tale da permettere un loro stabile e prolungato impiego nelle Case di comunità, soprattutto in vista delle scadenze del Pnrr e per garantire una maggiore operatività di quei presìdi.
Il disappunto di Bertolaso
Niente decreto legge, si resta allo status quo. Guido Bertolaso, assessore al Welfare lombardo, ha manifestato il proprio disappunto annunciando le dimissioni da vicecoordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni. L’ex capo della Protezione civile – giovedì 11 giugno non è stato possibile avere una sua dichiarazione – era tra i più convinti sostenitori del provvedimento, e lo aveva rivendicato ad esempio a fine aprile in un evento a Bergamo: «Non nascondo che questo documento nasca soprattutto a Palazzo Lombardia».
Fontana: «Era necessario»
Giovedì 11 giugno, invece, è tornato alla carica Fontana: il decreto «era una strada necessaria, nata dai bisogni di salute dei territori e nell’interesse dei cittadini, e l’avvio di quella che avrebbe potuto essere una grande riforma della sanità. Avrebbe consentito di realizzare una sanità ancora più vicina ai cittadini e ai territori. Mi dispiace che condizionamenti di varia natura abbiano fatto venir meno l’opportunità di portare avanti una riforma utile per tutti». E adesso? «Ce lo spiegherà il governo come faremo ad aprire le Case di comunità», ha risposto Fontana. Ma, in filigrana, si coglie anche un affresco più ampio. I riferimenti di Fontana all’esecutivo segnano una nuova distanza tra il «fronte nordista» della Lega e ciò che si decide a Roma, proprio all’indomani del Consiglio federale del Carroccio che ha contrapposto il partito del Nord a quella sovranista: da tempo il governatore reclama maggior attenzione e margine d’azione anche in campo sanitario, sulla scorta di quell’«autonomia» che ancora non è stata messa nero su bianco.
Le posizioni diverse
Diverse le reazioni nel mondo dei camici bianchi. «Questa proposta era il grimaldello per far spazio alla sanità privata nelle cure primarie – è il parere di Guido Marinoni, presidente dell’Ordine dei medici di Bergamo –: spostando i medici nelle Case di comunità si sarebbe desertificato il territorio, lasciando spazio all’avanzare dei privati. La diagnosi è semplice, la medicina di base è in sofferenza, ma la terapia è complessa: occorre un’altra riforma, che favorisca gli incentivi per il personale di studio, potenzi le aggregazioni, riduca la burocrazia, rilanci la specializzazione in Medicina generale equiparandola ai percorsi universitari».
I sindacati: «Servono altre proposte»
In campo sindacale, la riflessione parte da una questione numerica. «La coperta dei medici di famiglia è sempre quella, ed è corta – spiega Giuseppe Geracitano, presidente provinciale del sindacato Snami –: se si chiede di andare a lavorare per più ore nelle Case di comunità, inevitabilmente si lasciano sguarniti gli ambulatori. Servono altre proposte». In realtà, già l’attuale accordo collettivo nazionale – attraverso l’istituto del «ruolo unico» – prevede che i medici di base dedichino un monte orario alle attività nelle Case di comunità, a seconda del numero di cittadini in carico (meno ne hanno, più ore devono passare in quelle strutture): «Ma in Lombardia – rileva Ivan Carrara, segretario provinciale del sindacato Fimmg – praticamente tutti i colleghi hanno il numero massimo di assistiti, quindi in pochi possono essere inseriti nelle Case di comunità. Non siamo contrari a queste strutture, anzi, ma servono i numeri adeguati e soprattutto occorre aver chiaro cosa deve fare lì il medico».
Il dibattito è comunque sfaccettato, perché anche nella galassia medica ci sono posizioni inclini a una revisione dell’impiego dei medici di base. Ad esempio, in una lettera aperta, il progetto «MedicInRete» – promosso dal Dipartimento di Politiche per la salute dell’Istituto Mario Negri – chiede al ministro Schillaci di «superare l’immobilismo per rilanciare la medicina generale», prevedendo anche «l’attivazione di un doppio canale di accesso all’esercizio della medicina generale», salvaguardando le convenzioni già in essere ma affiancandovi anche una forma di dipendenza, che in altri Paesi «ha permesso di rafforzare la sanità territoriale e sgravare i medici dagli oneri burocratici e gestionali».
La Società italiana di medicina di comunità e delle cure primarie, invece, ha firmato un testo «in supporto della proposta di riordino dell’assistenza primaria territoriale»: «Un canale di dipendenza rafforza l’organizzazione dei servizi e rende esigibili standard e responsabilità».
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