Ritorno a stufe e camini. Sono 36mila: nella Bergamasca crescono del 46,7% in tre anni
RISCALDAMENTO. Sono il 6,8% del totale censito dal Curit. Dieci volte tanto rispetto ai dati del 2016. In alta Valle Brembana uno su quattro si scalda integrando con pellet o legna.
Lettura 3 min.Dall’ottobrata con tanto di ultimi tuffi nel lago all’accensione degli impianti di riscaldamento è un attimo. E con l’inizio della stagione termica – fissata al 15 ottobre per la gran parte della Bergamasca in zona climatica E, salvo posticipi come quello di Bergamo, che ha fatto slittare l’accensione di una settimana – torna il tema di quali combustibili utilizzare per scaldarsi, anche a fronte del caro bollette. Tanto che negli ultimi inverni, complici le fluttuazioni dei prezzi legate ai conflitti e alla situazione geopolitica, si sta assistendo a una sorta di ritorno al futuro: stufe e caminetti tornano ad accendersi nelle case, specialmente quelle delle Valli, dove la biomassa legnosa è più facilmente accessibile, anche per la disponibilità di boschi.
Oltre alle caldaie alimentate a metano, anche nell’ottica della transizione energetica, si stanno esplorando nuove frontiere per il riscaldamento, spesso con l’introduzione di soluzioni «ibride», supportate da pompe di calore, apporti solari, ma anche dai cari vecchi ciocchi di legna o dai bastoncini di pellet. Sono 36.459 gli impianti a biomassa per il riscaldamento censiti in Bergamasca (il dato è di inizio di ottobre) dal Curit, il Catasto impianti termici della Regione Lombardia. A fronte di 534mila impianti termici totali censiti, sono il 6,8%.
Il censimento
Da quando il Curit ha cominciato a censire la loro diffusione, si è visto un incremento: nel 2016 se ne contavano 3.190, nel 2017 erano 9.364, saliti a 17.348 nel 2020 e a 24.852 nel 2023, il 46,7% in più. Chiaro che, trattandosi di un censimento in itinere avviato tra il 2015 e il 2016, anche ora il totale non può ritenersi completo: «Il dato è in contante aumento», conferma il responsabile del Catasto impianti termici della Lombardia per Aria Spa, Emanuele De Vincenzis, e i numeri sono destinati a crescere man mano che manutenzioni e ispezioni si diffondono.
Tutti i numeri
A oggi si contano oltre 26mila stufe (la fanno da padrone, essendo il 70%), 7.553 caminetti chiusi o a inserto (20%), poco più di mille caldaie alimentate a biomassa (meno del 3%) e 2.263 dispositivi di tipologie differenti (6%). Per la stragrande maggioranza si utilizza come fonte di energia il pellet (69%), che consente una gestione più semplice, rendimenti più elevati ed emissioni più contenute. La legna copre circa il 29% del fabbisogno. In sparuti casi, infine, si usano anche cippato, bricchette o biomassa solida mista.
Il tema delle emissioni
E le emissioni? Negli anni il pensiero comune ha associato stufe e camini alle emissioni di particolato fine, monossido di carbonio, ossidi di azoto e idrocarburi policiclici aromatici. Quindi all’inquinamento dell’aria. Da tempo, però, le cose sono cambiate: lo sviluppo di sistemi avanzati di combustione e di abbattimento delle emissioni hanno portato al «raggiungimento di standard emissivi sempre più performanti e allineati ai livelli più avanzati oggi esistenti per i sistemi a combustione con qualsiasi combustibile», si legge nelle delibere regionali che normano l’impiego delle biomasse. E ancora: «I requisiti emissivi e impiantistici implicano un impatto minimo sulla qualità dell’aria». Affinché gli impianti possano rispettare i valori previsti dalle norme e dichiarati dai produttori, però, vanno osservate particolari attenzioni, dall’installazione alla manutenzione. Che però non sempre trovano riscontro, alimentando quel «sommerso» che il lavoro di accatastamento, i controlli e la sensibilizzazione cercano di far venire alla luce.
«Eseguire installazioni rispettose di regole e norme significa dotare ciascun utente di un impianto sicuro ed efficiente», sottolinea De Vincenzis. L’installatore, al termine del lavoro e delle prove di funzionalità, rilascia la dichiarazione di conformità: «Non è un banale adempimento burocratico – aggiunge –, ma la garanzia che ha effettuato tutto a regola dell’arte e che l’impianto può essere utilizzato senza correre rischi e generare sprechi». Occhi puntati anche sulla manutenzione, fin dalla pulizia della canna fumaria, onde evitare incendi.
La geografia in provincia
Ma quali sono le aree con più impianti a biomassa? Già da un primo sguardo alla mappa, si può vedere come la diffusione di questa tipologia di combustibile copra interamente la Bergamasca, con distinzioni specialmente tra le Valli, le zone collinari e quelle di pianura.
Se si guarda ai dati assoluti, i comuni più grandi risultano anche quelli con più impianti a biomassa. E infatti Bergamo la fa da padrone: qui sono circa 700, ma l’incidenza sul totale degli impianti pesa solo poco più del 2%. Il dato più significativo, infatti emerge rapportando il numero degli impianti a biomassa con il totale degli impianti termici. È osservando la geografia dell’incidenza che, sulla provincia, spicca l’area montana, in particolare quella dell’Alta Valle
.
A Blello, ad esempio, sono censiti solo 8 impianti a biomassa, ma questi coprono il 38,20% del totale. Almeno uno su tre ha una stufa o un caminetto censiti dal Curit. A Vedeseta (qui gli impianti a biomassa censiti sono 40) tale percentuale si assesta intorno al 31,80%. Seguono Foppolo, con un’incidenza del 25,90% e Taleggio (23,60%), con 128 impianti a biomassa censiti. Praticamente in una casa su quattro si utilizza la biomassa. Anche in altre aree spicca una colorazione più intensa: come Vilminore in Valle di Scalve, la zona dell’alta Valle Seriana, l’area di Costa Valle Imagna e i Colli di San Fermo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA