Scuola, l’ipotesi taglio ai docenti. Le stime: «A rischio 460 posti»

LA MANOVRA. La norma contenuta nella Legge di Bilancio. La previsione entro il 2029, pesa il calo demografico. Critici i sindacati: la riduzione degli iscritti non può diventare un alibi per ridurre le risorse all’istruzione.

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Meno studenti equivale alla necessità di adeguare il numero dei

posti disponibili destinati a docenti e personale scolastico? È la motivazione alla base della riduzione degli organici del personale scolastico a partire dall’anno scolastico 2027/2028 contenuta nella nuova Legge di Bilancio.

Secondo quanto emerge dal disegno di legge, la previsione consiste in 6.974 posti, a livello nazionale, destinati ad essere eliminati: 4.925 tra i docenti e 2.049 tra il personale Ata. La relazione tecnica stima risparmi per 83,9 milioni nel 2027 e 251,7 milioni annui dal 2028. Il motivo? La denatalità che sta producendo una progressiva contrazione del numero degli studenti, con conseguenze dirette sull’organizzazione degli istituti e sulla distribuzione del personale.

I numeri in Bergamasca

Una norma che avrebbe colto di sorpresa perfino il Ministero dell’Istruzione, che ha manifestato l’intenzione di seguirne l’iter parlamentare e valutare interventi. Il vicepremier Matteo Salvini ha difeso il ministro Giuseppe Valditara, lasciando aperta la possibilità di modifiche durante l’esame della Manovra. Un’ipotesi, quella del taglio, che non convince sindacati e mondo della scuola, preoccupati che la diminuzione degli alunni si traduca in un taglio delle risorse anziché in un’occasione per migliorare il servizio.

Il fenomeno avrà conseguenze anche sulla scuola bergamasca. Le proiezioni provinciali, elaborate incrociando gli alunni frequentanti con i dati Istat sulle nascite, indicano che tra il 2025/2026 e il 2029/2030 gli studenti potrebbero diminuire di 8.077 unità, passando da 136.326 a 128.249.

Una flessione del 5,9%, che interesserà soprattutto la scuola primaria e le medie. Applicando le tendenze previste ai dati delle scuole statali, si stimano circa 330 classi in meno entro il 2029/2030 e una riduzione del fabbisogno di circa 460 posti di insegnamento equivalenti a tempo pieno. Sono proiezioni, non tagli già decisi: il numero effettivo dipenderà dalle scelte organizzative, dagli indirizzi di studio e dalle esigenze delle scuole.

La reazione dei sindacati

Ma il dato dà la misura di quanto la trasformazione possa incidere sul sistema locale. Per Fabio Cubito, segretario generale della Flc Cgil, a pagare il prezzo più alto rischiano di essere le aree fragili: «I territori dove c’è più bisogno di mantenere un presidio dello Stato sono quelli che rischiano di andare maggiormente in sofferenza» afferma.

Nelle valli e nei piccoli comuni, la riduzione degli organici potrebbe portare a chiusure di plessi e pluriclassi: «Ci troveremo con scuole sempre più concentrate nei centri urbani, mentre nelle zone montane rischiamo di perdere servizi fondamentali».

È la preoccupazione anche di Paola Manzullo, segretaria generale della Cisl Scuola. «Il calo degli iscritti è una realtà con cui dobbiamo confrontarci, ma non può diventare un alibi per ridurre le risorse destinate alla scuola. Dovrebbe rappresentare un’opportunità per ripensarne l’organizzazione e migliorarne la qualità. Meno alunni dovrebbero significare più opportunità educative, non meno scuola».

Per Michele Gaverini, responsabile provinciale della Uil Scuola, «la diminuzione degli iscritti dovrebbe essere l’occasione per superare le classi sovraffollate e rendere più inclusiva la didattica». La Uil chiede di mantenere i posti liberati nell’organico, per stabilizzare i precari, potenziare il sostegno e garantire continuità didattica: «La scuola – rileva – non è una voce di spesa da tagliare, ma il principale investimento per una comunità».

Il sit-in a Roma

Claudio Ghilardi, presidente provinciale dell’Associazione nazionale presidi, richiama la qualità delle risorse. «Il problema – sottolinea – non è solo quanti posti vengono assegnati, ma quanto siano coerenti con le necessità reali degli istituti. Anche l’organico di potenziamento, introdotto per ampliare l’offerta formativa, non sempre ha risposto ai bisogni delle scuole. Non conta solo la quantità, ma la qualità delle risorse umane e la possibilità per i dirigenti di utilizzarle con criterio».

Intanto la protesta si sposta in piazza: i sindacati hanno annunciato un sit-in a Roma per il prossimo 11 novembre.

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