Simone Moro conquista il McKinley in Alaska: «Ho recuperato al 100%»
L’IMPRESA. Dopo il malore a dicembre, l’alpinista ha completato le «7 summits» salendo la cima più alta del Nord America. Prossimo obiettivo, il Manaslu.
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Non era un ottomila, ma nemmeno il Canto Alto. Temperature in vetta tra i -30 e i -40 gradi, una quota non indifferente (6.190 metri), ma soprattutto un’ascensione che alla fine si è rivelata uno sprint. Per intenderci: partito da Anchorage giovedì scorso per raggiungere in aereo Talkeetna, la cittadina più vicina al Mckinley, Simone Moro ha raggiunto la vetta della montagna più alta dell’Alaska e del Nord America, martedì scorso poco dopo le 22. Cinque giorni in tutto, per superare oltre 4mila metri di dislivello e uno sviluppo che sfiora i 60 chilometri.
L’impresa di Simone Moro
E se dal punto di vista alpinistico lo spigolo Ovest del Denali - così come la vetta veniva chiamata nella lingua locale prima che l’inglese tornasse ufficialmente a rimpiazzarla nell’era trumpiana - ha consentito allo scalatore bergamasco di ripercorrere le tracce di illustri colleghi a partire dal grande Riccardo Cassin, ma soprattutto di completare la prestigiosa collezione delle Seven summits (le cime più elevate di ciascun continente), sul piano più strettamente personale gli ha permesso di chiudere il difficile capitolo che si era aperto lo scorso dicembre quando un attacco cardiaco l’aveva costretto a rinunciare al Manaslu e a rientrare in Italia per sottoporsi a cure ed esami.
Le parole di Simone Moro
«Sono molto soddisfatto – commenta Moro da Talkeetna – e qui sono tutti un po’ stupiti e un po’ lo sono anch’io perché praticamente senza acclimatamento, ma solo basandomi sulla mia preparazione e strategia, ho salito questa montagna enorme che impone di affrontare un avvicinamento e uno sviluppo decisamente importante in meno di cinque giorni. È una conferma e una prova lampante di come i problemi di salute che ho affrontato siano completamente alle spalle e sorprendentemente risolti».
«In pratica – aggiunge Moro – il primo giorno, dopo il volo, io e il mio compagno (il russo Artem Gurshtein, ndr) abbiamo iniziato subito l’ascensione e siamo arrivati a campo 3 a 3.400 metri. Il giorno seguente ci siamo spinti a campo 4, quota 4.200 per poi rientrare a campo 3. Qui, il maltempo ci ha costretti a uno stop forzato di 24 ore e il quinto giorno ho raggiunto la vetta ancora illuminata dalla luce del sole nonostante fossero le dieci di sera, seguendo una variante rispetto alla via West Buttress proprio per accorciare i tempi, mentre Artem si è fermato a poche centinaia di metri dalla cima». Rientrati a campo 4, i due alpinisti hanno trascorso la notte e dopo aver riposato hanno fatto rientro al base.
Cinque giorni per chiudere un cerchio, quello delle Seven summits, che Moro aveva aperto 33 anni fa salendo l’Aconcagua assieme a Lorenzo Mazzoleni e portato avanti negli anni, salvo poi accantonare il progetto per lasciare spazio a un altro genere di spedizioni e, in particolare, quelle invernali. Ora che l’impasse legata al malore della scorsa stagione sembra definitivamente superata, proprio l’alpinismo invernale tornerà tra le priorità dello scalatore bergamasco. Anche in questo caso, i procedendo per gradi: «Il Manaslu – aveva raccontato Moro prima di partire – è certamente un cerchio che voglio chiudere, ma l’idea è di affrontarlo con una fase intermedia e cioè salendolo prima in autunno e quindi in inverno: l’idea è studiarlo per bene, capirne la morfologia, la collocazione dei crepacci nel momento in cui la stagione lo rende tutto sommato una cima facile; per capitalizzare poi questa conoscenza in inverno, quando le condizioni si fanno decisamente più complicate».
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