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A MILANO. Il processo all’imprenditore accusato di aver ucciso la ventinovenne di Strozza. Il poliziotto arrivato per primo sul luogo del delitto si commuove durante la deposizione.
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Immagini choc, tanta commozione e più di una lacrima. Anche da chi non te l’aspetteresti. Non sono mancate le emozioni, lunedì 13 luglio, nella seconda udienza del processo davanti alla Corte d’assise di Milano a Gianluca Soncin, l’imprenditore di origini venete di 53 anni che la sera del 14 ottobre del 2015 assassinò con 76 coltellate Pamela Genini, 29 anni, la ex che non lo voleva più, dopo essersi introdotto nella sua abitazione nel capoluogo lombardo con un mazzo di chiavi duplicato all’insaputa della vittima.
Lacrime come quelle di un agente di polizia che intervenne in via Iglesias nel disperato tentativo di salvare la ventinovenne di Strozza dopo la richiesta di aiuto della vittima giunta alle forze dell’ordine attraverso la chiamata dell’amico Francesco Dolci.
«Quando suonammo al citofono, lei ci rispose dicendo “Glovo, secondo piano”. Una volta entrati dalla cancellata di ferro, ci trovammo di fronte un secondo portone di vetro. Fu in quel momento che sentimmo la ragazza urlare: “Aiuto, mi sta accoltellando”. D’istinto, ho dato un calcio alla porta e siamo entrati nel palazzo. A quel punto, ci venne incontro un vicino, che ci accompagnò all’appartamento da dove si sentivano provenire delle grida. Poi, quattro calci a ripetizione alla porta blindata che era chiusa e finalmente l’ingresso», ha raccontato il giovane agente della Volante Padova bis. Qui si è spalancata davanti ai suoi occhi la terribile scena del crimine: «In quel momento ho sentito le urla di sofferenza della ragazza», ha proseguito.
È stato a questo punto della deposizione che l’agente non ce l’ha fatta a contenere l’emozione e ha iniziato a singhiozzare. A confortare il testimone è stata la presidente della Corte d’assise Antonella Bertoja: «Ha tutta la nostra comprensione. Se vuole facciamo una pausa, può bere un bicchiere d’acqua». Tutti, comprese le due rappresentanti della pubblica accusa, la pm Alessia Menegazzo e la procuratrice aggiunta Letizia Mannella, sono apparsi colpiti dalla genuina commozione dell’agente che poi in un altro passaggio della deposizione si è di nuovo soffermato su gli ultimi affannosi respiri di Pamela: «Mi è rimasto impresso quel respiro, il rumore della vita che se ne va».
A fare da contraltare alle lacrime del poliziotto, ma anche a quelle di Piergiuseppe Rota, il compagno della mamma della vittima quando ha visto le slide con ferite da taglio inferte a Pamela su varie parti del corpo, l’apparente inespressività di Soncin, seduto al primo banco accanto ai suoi due legali, gli avvocati Pietro Sartori e Simona Luceri.
Per altro, i due difensori hanno contestato parte della ricostruzione fornita dalla polizia. Se per gli agenti fu necessario forzare la porta a calci e spintoni e Soncin avrebbe opposto resistenza «sbattendoci la porta in faccia mentre Pamela moriva», per la difesa sarebbe stato proprio l’imputato, messo alle strette e vedendo gli agenti con l’arma in pugno, ad aprire la porta. Ultima battuta per l’avvocato di parte civile Nicodemo Gentile: «È emerso con chiarezza che nell’anno e mezzo in cui si sono frequentati Soncin fece oggetto Pamela di ripetute violenze e atti persecutori e che Pamela era come paralizzata in una situazione di impotenza e non riusciva a denunciarlo». Si riprende dopo l’estate. La prossima udienza è stata fissata per il prossimo 5 ottobre.
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