Addio al restauratore Benigni, una lunga fedeltà all’arte

IL LUTTO. Punto di riferimento per l’Accademia Carrara, si è spento a 87 anni. Scaglia: attento e disponibile, lavorava con passione. Rodeschini: la sua conoscenza del patrimonio museale era una benedizione.

Una vita, dantescamente, di «lungo studio» e «grande amore». Spesa nel segno di «una lunga fedeltà» (per dirla con Gianfranco Contini). È mancato, nella notte fra mercoledì e ieri, Antonio Benigni, restauratore storico dell’Accademia Carrara, e punto di riferimento, insieme, del collezionismo privato. Nato a Bergamo il 24 gennaio 1939, aveva appena compiuto 87 anni. L’ingegner Mario Scaglia, per 14 anni presidente della pinacoteca, suo amico di una vita, lo ricorda: «Ci conoscevamo da sempre. Condividevamo la stessa passione per l’arte. Sì, perché Antonio il suo lavoro l’ha sempre fatto con passione».

I primi passi

La sua formazione inizia alla Scuola d’Arte Andrea Fantoni di Bergamo per poi proseguire nella bottega del pittore Albano Pressato e dei pittori-decoratori Taragni, dove collabora al suo primo restauro: la pulitura di una serie di dipinti murali nella Chiesa di San Bartolomeo Apostolo ad Almenno San Bartolomeo. Nella bottega Taragni, ancora quindicenne, rimane affascinato dalla realizzazione di un affresco da parte del pittore Pasquale Arzuffi e scatena in lui il desiderio di approfondire il mestiere di restauratore. Proprio Nunzio Taragni intravedendo in Benigni potenzialità e sensibilità necessarie alla professione, lo aiuterà ad entrare nel 1955 nella bottega del noto restauratore bergamasco Mauro Pellicioli, con il quale creerà un rapporto professionale che durerà quasi vent’anni, fino alla scomparsa del Maestro. Con lui Benigni «partecipa, tra l’altro, al restauro del Cenacolo di Leonardo. Ha lavorato moltissimo con lui a Venezia e nelle altre città dove veniva chiamato».

Il laboratorio

Nel ’63 apre il suo laboratorio, in Palazzo dei Tasso, via Pignolo 80. «È sempre stato molto legato alla sua città, alle sue origini», continua Scaglia. «Condivideva con me l’amore per la Carrara, per la quale ha fatto moltissimo. Un amore e una dedizione durati tutta la vita. Quando c’era un qualunque problema attinente alla sua professione, lui c’era sempre». Della Carrara ha contribuito, anche, ad arricchire il patrimonio: «Molte donazioni all’Accademia sono state da lui stimolate e provocate. Lui mi ha fatto acquistare il “Ragazzo con canestra di pane e dolciumi” di Evaristo Baschenis, lui mi ha spinto a donarlo alla Carrara», unico dipinto di figura lì conservato del pittore secentista: «Un unicum, un’icona della pittura lombarda del Seicento, diceva». Partecipava attivamente al mondo del collezionismo, «conosceva tutti». Una persona, nonostante tutto, «estremamente modesta».

Ampia professionalità

«Era molto radicato nella vita del museo e del collezionismo», conferma Cristina Rodeschini, storica dell’arte, conservatore della Carrara e primo collaboratore di Rossi «negli anni d’oro» del lavoro di Benigni. «Aveva una professionalità molto ampia, è stato un punto di riferimento dei restauri della Carrara per più di trent’anni. Qualsiasi problema del museo in quell’ambito, anche se si trattava di manutenzione, veniva sottoposto a lui per primo. Per noi non avere troppe mani che operassero sul patrimonio della Carrara e poter contare su qualcuno che conosceva bene il patrimonio del museo è stata una benedizione».

Era, inoltre, «vicinissimo al mondo del collezionismo cittadino: un fiduciario della città, in questo senso, anche se il suo ruolo è andato oltre i confini municipali». Umanamente, persona «signorile, stimata, mai aggressiva. Si considerava l’allievo di Mauro Pellicioli. Andava fiero di questo rapporto con un personaggio molto influente in Italia e in Europa».

«L’ho conosciuto giovanissima, a 17 anni. Nel suo studio ho incontrato quello che sarebbe diventato poi mio marito, Bruno Sesti», ricorda la collega restauratrice Delfina Fagnani. «Con Antonio ho avuto un rapporto professionale lunghissimo, perlopiù all’interno della Carrara. Antonio era la memoria storica per i restauri, e non solo, del nostro Museo».

I polittici e i teleri Sironi

Fuori dall’Accademia, da ricordare anche i restauri dei due importanti polittici del Bergognone e di Andrea Previtali in Santo Spirito: «Due lavori decisamente significativi, ai quali abbiamo atteso insieme». Francesco Rossi, storico direttore della Carrara dal 1974 al 2004, «ci ha concesso di portare i due capolavori nel laboratorio interno della Carrara. Quello di Andrea Previtali è l’ultimo lavoro del maestro. Con Antonio Benigni abbiamo restaurato anche il “San Giovanni Battista e altri santi”, sempre di Previtali, conservato nella prima cappella a sinistra della chiesa». Altro lavoro «a cui Antonio teneva molto, e molto importante per la città», è nel ’72, il restauro e la ricollocazione, dopo quasi tre decenni a Roma, dei due grandi teleri di Mario Sironi alle Poste centrali di Bergamo. «Aveva una sensibilità straordinaria. Era un restauratore che non andava mai oltre, molto cauto, non di quelli che puliscono troppo. Stava sempre un passo indietro, manteneva sempre un grande rispetto per l’opera, non voleva vincere sull’opera. Aveva occhio, ha studiato molto. Aveva una biblioteca vastissima, girava molto, aveva voglia di capire le opere dal punto di vista stilistico, riusciva a riconoscere gli artisti. Questa, insieme alla passione, la sua cifra». Nel suo studio potevi incontrare intellettuali molto conosciuti, come Paolo Volponi: «Chiacchieravano tanto; se c’era in comune la passione dell’arte riusciva a stare sullo stesso piano».

Un dono prezioso

Antonio Benigni ha donato il suo intero archivio, che conserva la storia dei suoi lavori e i testi delle sue relazioni, all’Associazione «Giovanni Secco Suardo» di Lurano, ora presieduta da Lanfranco Secco Suardo (che ha gentilmente messo a disposizione note biografiche e fotografie ndr). Così anche la memoria professionale del restauratore bergamasco entra a far parte dell’importantissimo Archivio Storico Nazionale dei Restauratori Italiani ivi conservato.

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