«Da Nemo a Chalamet, la voce deve subito saper cogliere l’atmosfera»
TREVIGLIO CINEMA. Alex Polidori, doppiatore di Spider-Man e tante altre star, racconterà i segreti del suo mestiere giovedì 1 ottobre al Teatro Nuovo.
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«Ero ancora un bambino quando mi sono avvicinato al mestiere del doppiaggio. Mio fratello maggiore doppiava i cartoni animati e io frequentavo con mia mamma le sale di doppiaggio, respirandone l’atmosfera e ripetendo le battute. Da adolescente ho capito che il gioco si faceva serio: c’erano regole, orari, obiettivi da raggiungere. Ma si tratta di un lavoro bellissimo, che non conosce la monotonia». Classe 1995, Alex Polidori è la voce italiana di Spider-Man. Nonostante la giovane età ha già doppiato grandi attori come Tom Holland e Timothée Chalamet. Giovedì 1° ottobre alle 20.45 sarà al Teatro Nuovo di Treviglio, dove aprirà il Treviglio Cinema Festival in colloquio con il critico cinematografico Andrea Chimento (ingresso libero).
Alex, come ci si prepara al doppiaggio di un film?
«In genere ci viene detto a grandi linee quale prodotto andremo a doppiare, talvolta senza specificare quale sarà il nostro personaggio. Entriamo in sala doppiaggio, ci troviamo davanti il copione e lo leggiamo in tempo reale. Dobbiamo immedesimarci immediatamente, ma se abbiamo esperienza riusciamo a capire subito l’atmosfera e il tipo di personaggio. Dobbiamo seguire con attenzione il suono delle battute, l’emissione vocale, dobbiamo cogliere i gesti e i movimenti della bocca, ma anche il ritmo della battuta. È un lavoro basato su tempi e ritmi, perciò occorre essere scaltri e svegli. Un altro scoglio è la dizione. Diciamo che è qualcosa che si può imparare e migliorare con molto lavoro, ma alcuni elementi li devi avere nel sangue».
Ti ispiri a qualche doppiatore in particolare?
«Ci sono tanti colleghi più grandi di me che ammiro molto e che ho visto lavorare, cercando di carpire i segreti del mestiere. In Italia abbiamo molte eccellenze, come Francesco Pezzulli, Fabrizio Vidale, Michele Gammino, nomi che al pubblico medio non dicono nulla, ma sono voci che hanno accompagnato intere generazioni. Penso anche a Ferruccio Amendola, che ha cambiato il modo di doppiare. Noi doppiatori dobbiamo essere neutri a livello di dizione, ma al contempo non dobbiamo essere teatrali o impostati e Ferruccio in questo è stato un maestro».
Vi capita di incontrare gli attori che doppiate?
«Succede raramente, di solito in occasione della presentazione dei loro film in Italia. Sono stato fortunato perché ho incontrato Tom Holland quasi dieci anni fa, all’inizio della sua avventura con Spider-Man. In quegli anni i social non erano ancora così diffusi, c’era meno attenzione mediatica e quindi più possibilità di organiztrezare un incontro con il doppiatore. Oggi la priorità è quella di realizzare contenuti in compagnia di altri personaggi famosi e la figura del doppiatore è finita un po’ in secondo piano».
Eppure il successo di questi attori è legato anche alla vostra voce...
«Purtroppo i grandi esperti di marketing devono pubblicizzare il film e preferiscono che sia il creator da migliaia di follower a presenziare alla première. In realtà agli attori fa sempre piacere conoscere la propria voce, sono molto incuriositi, soprattutto da noi doppiatori italiani, perché sanno che lavoriamo molto bene».
Cosa significa doppiare un grande attore come Timothée Chalamet?
«Con attori come Chalamet è semplice capire cosa devi fare, anche se poi è difficile farlo. La loro interpretazione è talmente sfaccettata e intensa da darti moltissimi appigli ed è così chiara e definita che riesci a comprendere esattamente cosa devi fare per incollarti a loro. Sembra strano ma è più complicato doppiare attori meno talentuosi, perché bisogna cercare di dare il massimo senza uscire da certi binari, ricalcare l’interpretazione originale senza inventare nulla di straordinario, perché il doppiaggio è un gioco di equilibri. Doppiare il film “Marty Supreme” è stato complicato perché Timothée parlava a raffica, era frenetico e nervoso. Quando ha interpretato Bob Dylan parlava a mezza bocca con voce nasale, perciò ho dovuto emulare questo tono senza risultare una macchietta. Con “Willy Wonka” ho potuto anche cantare: ogni suo film mi insegna un nuovo mestiere».
Avevi solo sette anni quando hai doppiato il pesciolino Nemo. Che esperienza è stata?
«Il lavoro era suddiviso in modo che non risultasse pesante ed era molto improntato sul gioco. Quando doppia, il bambino attinge alla sua esperienza ed è molto spontaneo. Lavora sempre con adulti, anche autorevoli, e questo lo spinge a essere diligente. Ricordo che spesso giocavo con i bambini che doppiavano con me, scappavamo per gli studi e dovevano venire a recuperarci! Oggi i il lavoro si è intensificato e velocizzato e non so se i piccoli doppiatori si divertono come accadeva a noi».
L’intelligenza artificiale vi fa paura?
«Per ora l’utilizzo dell’IA è limitata al doppiaggio di pubblicità o documentari. Le grandi produzioni non la utilizzano perché al momento i risultati non sono buoni. Secondo me tutto ciò che è legato al mondo artistico è difficile da replicare, almeno per ora».
Ti è capitato di entrare negli ospedali pediatrici con uno stuntman vestito da Spider-Man a cui tu presti la voce. In quei momenti cosa hai visto negli occhi dei bambini?
«È un’esperienza molto bella che vorrei fare più spesso. Entro nei reparti con un amico stuntman e quando si tratta di bambini piccoli mi nascondo e parlo mentre lo stuntman si muove. È molto divertente vedere la reazione stupita e felice dei piccoli. I più grandi hanno molte curiosità e per loro queste visite sono una boccata d’aria fresca. Con poco sforzo posso fare tanto: è un piccolo superpotere che ho avuto in dono da Spider-Man!».
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