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Sabato 31 Gennaio 2026
Da Orezzo spunta il Macroplacus, rettile di 200 milioni di anni fa
PREISTORIA. Il placodonte abitava l’antico mare nella Bergamasca. Un escursionista trovò il fossile del cranio. Confortini: è il secondo ritrovamento al mondo e il primo in Italia.
Non di soli dinosauri è vissuta la preistoria. Prima di loro, più di 200 milioni di anni fa, nei fondali bassi di quel mare caldo e poco profondo da cui sarebbe poi emerso il territorio di Bergamo, nuotavano strani rettili marini, i Placodonti, dotati di enormi denti piatti e tondeggianti, capaci di macinare l’involucro duro dei molluschi e dei crostacei di cui si nutrivano.
Ancora una volta il territorio bergamasco si conferma un giacimento inestimabile per la paleontologia, regalando alla conoscenza della preistoria un nuovo fossile che, fortuitamente ritrovato da un escursionista tra le pietre del pendio nei pressi di Orezzo (Gazzaniga) e affidato allo studio del Museo Civico di Scienze Naturali «E. Caffi», getta oggi nuova luce sulle creature vissute nel Triassico.
I reperti conservati
Il nostro Museo, infatti, dopo anni di studi, annuncia ufficialmente il ritrovamento del secondo esemplare al mondo – il primo in Italia - di un cranio attribuito a «Macroplacus raeticus», un rettile marino appartenente al gruppo dei Placodonti, animali più o meno pesantemente corazzati, molti dei quali, come Macroplacus, somigliavano alle attuali tartarughe, senza tuttavia essere imparentati con esse. Il piccolo cranio di Macroplacus, ancora in piccola parte incluso nella roccia originaria, è stato ritrovato a Orezzo dal Signor Pio Carlo Brizzi, il quale lo ha prontamente consegnato al Museo Caffi affinché fosse studiato e custodito. Il nuovo fossile è stato descritto in un recente articolo scientifico pubblicato sulla Rivista Italiana di Paleontologia e Stratigrafia, a firma di Stefania Nosotti e Simone Maganuco (ricercatori indipendenti affiliati al Museo di Storia Naturale di Milano) e di Federico Confortini (Museo di Scienze Naturali di Bergamo), inizialmente invitati allo studio del fossile da Anna Paganoni, Direttrice dell’Istituto di Geologia del Museo Caffi all’epoca del ritrovamento.
«La forma del cranio e i caratteristici denti a piastra hanno suggerito al primo sguardo che si trattasse di un placodonte ma è stato entusiasmante scoprire che il fossile era attribuibile proprio a Macroplacus raeticus, una specie di cui sappiamo poco perché fino ad oggi era rappresentata da un unico esemplare»
Il Calcare di Zu
«Durante il sopralluogo nella località in cui è avvenuta la scoperta – spiega Confortini – cercammo di individuare la roccia di origine dalla quale si era staccato il reperto. Per compatibilità litologica con la roccia affiorante per un’ampia zona circostante il sito di ritrovamento, fu possibile stabilire che il fossile proveniva, con ragionevolezza, dalla formazione geologica nota come “Calcare di Zu” del Retico (Triassico superiore)».
E poi, la sorpresa: «La forma del cranio e i caratteristici denti a piastra hanno suggerito al primo sguardo che si trattasse di un placodonte – osserva Nosotti – ma è stato entusiasmante scoprire che il fossile era attribuibile proprio a Macroplacus raeticus, una specie di cui sappiamo poco perché fino ad oggi era rappresentata da un unico esemplare (il cosiddetto olotipo della specie), anch’esso un cranio, proveniente dalle Alpi Bavaresi e descritto nel lontano 1975. Il ritrovamento bergamasco è quindi il secondo al mondo e il primo avvenuto in Italia». Le differenze di dimensioni tra i due crani sono state interpretate come l’appartenenza a diversi stadi di crescita: il bergamasco rappresenterebbe un giovane placodonte, mentre il bavarese, grande il doppio, l’adulto.
Il riferimento del nuovo esemplare alla specie Macroplacus raeticus è stato possibile grazie a un approfondito studio anatomico – che si è avvalso anche della tomografia computerizzata (CT scan), realizzata all’Ospedale Niguarda di Milano per esplorare le parti del cranio non visibili esteriormente – al confronto con l’olotipo tedesco e con altri placodonti, soprattutto con la specie affine e in parte contemporanea Psephoderma alpinum, nota anche in territorio bergamasco. I due placodonti sono i rappresentanti finali di un gruppo che scomparve poco prima della fine del Triassico.
«Anche l’analisi filogenetica (cioè, dei rapporti di parentela con le altre specie basati sulle caratteristiche che hanno in comune) condotta nello studio, conferma una stretta relazione di parentela tra il nuovo esemplare e Macroplacus,” – sottolinea Maganuco – “e rappresenta inoltre un importante aggiornamento del dataset dei placodonti: include infatti nuove descrizioni delle caratteristiche craniche e un riesame degli esemplari che saranno preziosi per le future sintesi evolutive».
Tecnologie avanzate
Si tratta di ritrovamenti nel nostro territorio, molti dei quali consegnati da amatori, che hanno segnato la storia della paleontologia e la segnano ancora oggi, considerando che almeno quattro olotipi custoditi in museo sono tuttora esemplari unici al mondo»
Il nuovo fossile - insieme alla riproduzione in 3D del cranio e alla ricostruzione integrale dell’aspetto di questo animale - è oggi conservato al Museo Caffi, esposto nella sala dedicata al Triassico, accanto ad altri straordinari reperti che raccontano la storia della vita nei mari di oltre 200 milioni di anni fa: «Un reperto apparentemente poco appariscente, - conclude Marco Valle, direttore del Museo Civico di Scienze Naturali - grazie all’indagine condotta anche con il supporto delle tecnologie più avanzate, si è rivelato di grande importanza, arricchendo la straordinaria “collezione” di una trentina di olotipi - ossia di esemplari che hanno descritto una nuova specie - conservata dal nostro museo. Si tratta di ritrovamenti nel nostro territorio, molti dei quali consegnati da amatori, che hanno segnato la storia della paleontologia e la segnano ancora oggi, considerando che almeno quattro olotipi custoditi in museo sono tuttora esemplari unici al mondo».
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