«Ero fan degli Usa, ora canto “L’America non c’è più” di Ciampi»
LIVE. Omar Pedrini torna in scena al Teatro Civico di Dalmine con lo spettacolo «Canzoni sul saper vivere ad uso delle nuove generazioni». «Sognavo di studiare negli States, sognavo la musica, la libertà. Ora sono deluso, ma l’arte resta uno strumento di riflessione».
Dalmine
Dopo l’addio al rock urlato, per via del cuore «ballerino», Omar Pedrini torna al teatro canzone con una band e tante parole da spendere sui tempi che corrono, sulla cultura, l’arte. Il titolo del nuovo spettacolo nasce da una citazione di Raoul Vaneigem, uno dei fondatori del situazionismo: «Canzoni sul saper vivere ad uso delle nuove generazioni». A quelle si rivolge, non solo. Lo spirito vuol essere didattico, in qualche misura, senza pedanterie, con lo Zio Rock in scena che racconta le sue esperienze, la sua visione della vita, del sogno che va sempre lanciato oltre l’ostacolo. Omar lo presenta dal vivo sabato 18 aprile al Teatro Civico di Dalmine (inizio 21).
Dall’Università al palco
«Il rock performato è un ricordo. Dopo l’esperienza a teatro di “Quando siete felici fateci caso” di Kurt Vonnegut ho ripreso l’idea del teatro canzone - spiega il rocker bresciano - Il nuovo spettacolo ha una parte musicale consistente, non è affatto didascalico. È nato su pressione dei miei studenti della “Cattolica” che seguivano il Master in Comunicazione musicale. Mi dicevano: “Perché non porta le sue lezioni a teatro!”. Il germe dello spettacolo viene dall’università e dunque ha senso definirlo didattico, anche se ho cercato di alleggerire il messaggio con le canzoni. Viviamo un momento di disorientamento generale e c’è da chiedersi che cosa ci possa aiutare a prendere le misure del mondo. Certezze, capisaldi che pensavamo di avere ci vengono soffiati sotto al naso. La cultura occidentale la stiamo buttando nella spazzatura. Etica e morale latitano; la politica segue dinamiche inaspettate. Oggi c’è l’uomo più potente del mondo che dice: “domani cancello una civiltà”. È scattata una corsa al peggio che non conosce più limiti. Se l’esempio è questo, come fai a insegnare ai giovani quali debbano essere i limiti».
Era meglio quando si stava peggio?
«Certi fantasmi del potere credevamo di averli abbattuti negli anni Sessanta e Settanta, invece no. Ormai uno si sveglia e se ha bisogna della Groenlandia se la prende. Ma questa, a cascata, è una modalità perniciosa. Innanzi a ad un mondo così mi sono messo a riflettere. Sono nato col mito dell’America: il rock’n’roll, Bob Dylan, l’amico Ferlinghetti con la “City Lights” di San Francisco. Sognavo di studiare negli States, sognavo la musica, la libertà. Pensavamo che quello fosse il Paese delle speranze, qualcuno diceva che l’Italia era la cinquantunesima stella della bandiera a stelle e strisce. Oggi manderesti tuo figlio a Minneapolis? Per me quella era la città di Prince, del soul, degli Hüsker Dü, parlando di rock, adesso per le strade girano gli agenti dell’ICE a far danni. Sono stato un fan della controcultura americana, di Ferlinghetti che pubblicava Pasolini nella sua terra. Ora sono deluso e ho esigenza di parlarne con la gente che viene a seguire lo spettacolo. Il disco precedente, “Sospeso”, annunciava. dubbi sulle guerre imminenti, sull’intelligenza artificiale, sulla perdita della speranza, tant’è che c’era anche “Ave Maria”, una preghiera laica che ho portato a Papa Francesco».
«Il focus comunque è il rapporto tra individuo, società e tempi. Sono uno che ce l’ha fatta, e non mi riferisco ai miei problemi di salute, ho studiato Scienze Politiche, poi è arrivato Sanremo quando ero giovane, i Timoria hanno segnato la storia del rock italiano. L’arte mi ha aiutato a crescere; è strumento di riflessione, che sia un quadro, una poesia, un libro»
Tutto questo è condensato nello spettacolo?
«Questo e altro. Ci sono anche le canzoni. Il focus comunque è il rapporto tra individuo, società e tempi. Sono uno che ce l’ha fatta, e non mi riferisco ai miei problemi di salute, ho studiato Scienze Politiche, poi è arrivato Sanremo quando ero giovane, i Timoria hanno segnato la storia del rock italiano. L’arte mi ha aiutato a crescere; è strumento di riflessione, che sia un quadro, una poesia, un libro. Durante lo spettacolo, quando parlo della guerra, proietto “Guernica” di Picasso, un grido universale contro la violenza. Quanto alle canzoni spazio dalle mie a quelle dei Timoria, da Neil Young a “Non c’è più l’America” di Piero Ciampi».
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