Facchinetti: c’è tanta voglia di Pooh, i live sono un ritorno a casa

L’INTERVISTA. Roby Facchinetti racconta il tour che celebra 60 anni di musica e che parte dalla ChorusLife Arena venerdì e sabato: due serate sold out.

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Ripartono da Bergamo, con due date sold-out del tour indoor alla ChorusLife Arena, venerdì e sabato 25 e 26 settembre con inizio alle ore 21. Stanno festeggiando 60 anni di musica con il libro fotografico «Banda nel vento», appena pubblicato, già in vetta alle classifiche. Sono sempre i Pooh, ancora una volta sulla cresta dell’onda. Si erano sciolti, ci hanno ripensato e sono ancora in pista tra gli applausi di un pubblico ogni volta festante. «Stavo ripensando alla prima volta che ci siamo incontrati, forse avevamo i calzoni corti», racconta Roby Facchinetti. «Eravamo venuti lì in redazione perché un titolo non c’era piaciuto e avevamo discusso civilmente. C’era anche Don Spada».

Beh, siamo ancora qua: ad un certo punto siete scesi dal palco, poi siete tornati, a grande richiesta.

«In realtà eravamo convintissimi di chiudere l’avventura. Dopo 50 anni, Stefano (D’Orazio ndr) era uscito dalla band, Valerio (Negrini ndr ) se n’era andato tre anni prima. L’ultima canzone era “Dove comincia il sole”. Eravamo convintissimi di chiudere. Avevamo scritto tutto, suonato dappertutto. Nessuno di noi si è fermato. Io ho fatto dischi e tournée, Red e Dodi anche. Il palco non l’abbiamo mai abbandonato. Poi Amadeus ci ha chiamato a Sanremo e da lì è ripartito tutto. Ci siamo resi conto che c’era tanta voglia di Pooh. In fondo cambiare idea è sintomo d’intelligenza».

Suonare a Bergamo è sempre un’emozione particolare. C’è un ricordo più forte di altri? Magari legato a giorni lontani.

«Ricordo che i Pooh avevamo appena inciso il primo album, “Per quelli come noi”, e ci avevano invitato al Palazzo dello Sport che avevano inaugurato da poco, in città. Era una serata con tanti complessi e per noi fu la prima volta a Bergamo. Cantai “Brennero ‘66” e quel momento non l’ho mai dimenticato».

«La musica è sempre rimasta al centro della nostra vita. Al momento della ripartenza più che altro è stato faticoso superare il timore del giudizio per non aver tenuto fede a una scelta. Ci siamo fatti un problema di coerenza, ma la gente ci aspettava. Tornare in scena è stato bello, il pubblico ci ha riscoperto dentro un’ala di cuore che non s’era mai chiusa»

Torniamo al presente: è stato più faticoso riprendere la via dei concerti o stare a casa ad occuparsi comunque di musica?

«La musica è sempre rimasta al centro della nostra vita. Al momento della ripartenza più che altro è stato faticoso superare il timore del giudizio per non aver tenuto fede a una scelta. Ci siamo fatti un problema di coerenza, ma la gente ci aspettava. Tornare in scena è stato bello, il pubblico ci ha riscoperto dentro un’ala di cuore che non s’era mai chiusa. Ai concerti la nostra gente canta come non mai. Conosce anche le virgole del repertorio e questo ci piace molto. Facciamo sold-out in ogni angolo, anche a Malta è successo; sembrava fossimo a casa».

Non siete più giovanotti, e nonostante l’abitudine, lo stress del tour è pesante; lo è per tutti. Tra viaggi, incontri, alberghi, poco riposo, le prove, l’attesa dello show, il concerto, cosa vi pesa di più?

«Stare a casa. Non ci pesano i chilometri, salire sul palco è una medicina, una sorta di Gerovital. Quest’estate semmai ha pesato molto il caldo, ma è una fatica che ha colto tutti. Per la prima volta ho capito che si può morire di caldo. In Sicilia con l’umidità alle stelle ho finito il primo dei due concerti a Taormina quasi in apnea. Sono sceso dal palco del Teatro Greco completamente disidratato, bianco come uno straccio. Viaggiare non ci ha mai pesato, facevamo 80-100mila chilometri l’anno. Ci spaventa ben altro».

«Ti passano sotto gli occhi gli inizi, gli anni della formazione, il tempo dei sogni, quando non sentivi ragioni né stanchezza e ti confrontavi con la fame, quella vera. Correvi verso qualcosa che desideravi tanto ed era tutto normale. A volte mi chiedo come abbiamo fatto»

Nel libro appena pubblicato ci sono tante fotografie, anche inedite, com’è stato rivedersi attraverso le stagioni, i cambiamenti, gli amici che non ci sono più? Che peso hanno i ricordi?

«Il libro è nato da un’idea di mia figlia Alessandra col fratello Roberto. La scelta di centinaia di fotografie è stata complessa, la narrazione funziona. Rivedersi attraverso le stagioni è stato emozionante. Ti passano sotto gli occhi gli inizi, gli anni della formazione, il tempo dei sogni, quando non sentivi ragioni né stanchezza e ti confrontavi con la fame, quella vera. Correvi verso qualcosa che desideravi tanto ed era tutto normale. A volte mi chiedo come abbiamo fatto. Il libro è davvero speciale: un filo rosso d’immagini che ricostruiscono una bella storia. Una foto a volte vale più di tante parole».

Siete ancora in viaggio, stavolta con tutta la famiglia allargata dei Pooh: i figli suonano, organizzato il tour, i nipoti fanno il tifo in platea. Vi aspettavate una cosa del genere quando siete partiti alla ventura col vecchio furgone e la musica nel cuore?

«No. Quando siamo partiti noi la vita media di un complesso andava dai tre ai cinque anni. Era difficile superare quel tempo massimo. Ogni sera Dodi, durante il concerto, parla della nostra storia come un miracolo. Ha ragione».

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