Il direttore Frizza: «Al Festival propongo il Donizetti meno conosciuto»
L’INTERVISTA. Il direttore artistico Riccardo Frizza presenta i dettagli musicali del cartellone dal 13 al 29 novembre: tre opere, due riscoperte in edizione critica e un Gala dedicato a Gavazzeni.
Lettura 3 min.Bergamo
Riccardo Frizza, direttore artistico dal 4 dicembre 2024, attivo su varie fronti internazionali (da quattro anni è anche direttore principale della Hungarian Radio Symphony Orchestra), è in città per predisporre tutta la complessa macchina del Festival Donizetti Opera 2026, in cartellone dal 13 al 29 novembre, giorno del «compleanno» del maestro nato in Borgo Canale. Spiccano i tre allestimenti operistici, «L’esule di Roma» (il 13 e il 21 alle ore 20 e il 29 alle 15.30 al teatro Donizetti), «Alahor in Granata» (il 14 e il 27 alle 20, il 22 alle 15.30, al Teatro Sociale) e«Le convenienze e inconvenienze teatrali» (il 15 alle 15.30, il 20 e il 28 alle 20, al Donizetti), tutte in edizione critica. Chiediamo al maestro una panoramica con dettagli musicali sul Do festival 2026.
«“Convenienze e inconvenienze teatrali” possiamo considerarlo un titolo di repertorio, a Bergamo negli ultimi 40 anni è stato presentato tre volte, prima di quest’anno. Abbiamo centrato l’attenzione su due titoli non così noti, presentati in edizione critica. “L’Esule di Roma” è il primo grande successo al San Carlo di Napoli, ha marcato un momento fondamentale: è un’opera complessa e importante e occorre un cast di livello. “Alahor in Granata”, del 1826, prosegue il progetto Donizetti #200 anche grazie al ritrovamento della partitura originale».
Ci muoviamo tra comico e serio: che Donizetti volete valorizzare?
«Vogliamo mettere in evidenza il percorso del compositore e del drammaturgo di grande successo. Questo 2026 lo considero il mio primo anno realmente di direzione artistica, nei prossimi voglio far vedere il processo di maturazione non solo del compositore, ma del drammaturgo: il modo specifico di Donizetti di modificare le strutture codificate nell’800, l’introspezione psicologica. Nei prossimi anni vorrei continuare a proporre titoli non così conosciuti, a fianco di opere importanti, per far vedere la sua febbrile parabola, realizzata dai 17 anni fino ai 45, nella quale le vicissitudini, e non di rado i tumulti personali, hanno avuto riflessi nelle opere. Penso al Roberto Devereux, proposto qui nel 2024: nella sua cupa tragicità si recepiscono anche le circostanze che segnarono allora la vita del compositore, i lutti di famiglia e il triste epilogo napoletano».
Lei è ... bresciano: a Bergamo come si trova?
«Sono da tempo più bergamasco che bresciano, mi sento adottato - sorride - Mi piace stare qui, vivo bene la città, direi che mi sono integrato bene».
Tra le voci chi merita di essere segnalata, in particolare?
«Abbiamo il baritono Roberto De Candia nel ruolo di Alahor, sostituzione necessaria per Grisha Martirosyan che ha dato forfait per indisposizione. Credo che possiamo contare su un artista di altissimo livello e grande esperienza. Va detto che quest’anno abbiamo puntato sull’internazionalità, cercato voci importanti ed emergenti, non tutte note al grande pubblico. È una nostra missione far conoscere nuovi talenti, magari più note all’estero che in Italia. In ordine dico i due tenori Filip Philipovic, nel ruolo di Guglielmo nelle “Convenienze” e Dave Monaco (sarà Alamar in “Alahor in Granata”), i due soprano Gvritishvili (Daria nelle “Convenienze”) e Mira Alkhovik (nel ruolo della dolce Zobeida, in “Alahor”): lasceranno un certo segno, sono giovani artisti di grande prospettive. Nelle mie linee guida al timone del Festival ho indicato proprio la voce quale mezzo attraverso cui far conoscere il compositore. Donizetti chiede molta tecnica alle voci, occorrono artisti di alto livello. Se non facessimo così non potremmo compiere il nostro lavoro. Del resto è quello che fece Gavazzeni negli anni ‘50 con la Callas e la Simionato alla Scala in Anna Bolena, o con Beniamino Gigli al San Carlo di Napoli per Elisir».
Come è stato pensato il Gala per Gianandrea Gavazzeni del 19 novembre?
«L’orchestra ospite è quella dell’Accademia della Scala, anche per rimarcare il rapporto col coro scaligero degli ultimi anni. È chiaramente un collegamento con Gavazzeni direttore musicale della Scala e le sue linee di azione in favore delle nuove generazioni. Dare la possibilità ai giovani per un evento per noi importante è un motivo di interesse in più. La serata ripercorre alcuni dei titoli operistici che Gavazzeni ha diretto nel mondo, da Rossini fino al verismo, abbracciando possibilmente tutto il suo vasto repertorio».
Il pubblico e i giovani, cosa si può fare per avvicinarlo al teatro musicale? Occorre nuova musica?
«Nelle attività collaterali del Festival facciamo molto per i giovani. Il punto culminante restano le Anteprime Under 30. Un lavoro che ha dato risultati è quello sulle scuole, con 4500 ragazzi che si avvicinano al teatro. Penso che darà i suoi frutti anche se non immediati. Musica nuova? Assolutamente sì, va pensata ed esplorata. Avvicinare il pubblico alla musica contemporanea è difficile. I compositori hanno alle spalle anni di musica inavvicinabile, a volte anche per gli stessi musicisti. Questo momento, che ha aperto alle porte dell’assurdo, ha fatto sì che la gente si allontanasse, quasi che le musiche fossero oggetti per pochi addetti».
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