Il richiamo delle Officine Schwartz: un viaggio musicale lungo 40 anni

EVENTO. Il 1° marzo una serata all’auditorium di piazza Libertà ricorderà la prima esibizione del gruppo nel 1984. Arioldi: «Fu musica, teatro e immagine. Volevo cambiare il mio messaggio sonoro al mondo». La nuova esibizione diventerà parte di un album multimediale.

A quarant’anni dalla prima performance multimediale delle Officine Schwartz, ensemble sperimentale, underground, in fuga dalle codificazioni, Osvaldo Arioldi ha pensato a una serata ricordo, venerdì 1 marzo all’auditorium di piazza della Libertà: 20.30 proiezione iniziale, 21 concerto in trio, a seguire in schermo altri video (ingresso 8 euro, 7 rid. Lab 80). In scena Osvaldo Schwartz, tubicordo, drum synth, voce, Massimiliano Panza, pianoforte, ronin, metalli, Michele Agazzi, chitarra elettrica, metalli; il videomaker Domenico Morreale si occupa delle macchine visuali.

L’atmosfera degli esordi

«Per questo concerto mi sono ispirato alle prime Officine: una buona parte dei brani, sono supportati dagli stessi strumenti analogici (drum machine e mono synth) che avevamo in uso all’inizio del nostro percorso. Certe sonorità sono le stesse», spiega Arioldi. «Sono tutt’ora affascinato dall’atmosfera degli esordi: spontanea, underground, la stessa che ha ispirato la scelta dei brani». Fin dai primi mesi il gruppo subisce variazioni di organico, d’intenti, di estetica. Va in uso il VHS al posto degli 8 mm, in scena c’è sempre una danzatrice, più avanti un’attrice / cantante. «All’inizio eravamo in cinque, l’anno dopo in tre, verso la fine anni Ottanta in una decina. Alla presentazione dell’ellepì “L’Opificio” eravamo in ventiquattro, con coro, strumenti a fiato, orchestra di percussioni. Una formazione di diciotto elementi, con le stesse caratteristiche, ha operato fino a fine Secolo scorso. Dagli anni Duemila l’attività dal vivo è notevolmente diminuita. Le formazioni sono più ridotte, ma conservavano le stesse caratteristiche, specialmente nella ricerca ritmica ed elettronica».

Il primo spettacolo multimedia delle Officine Schwartz si svolse al cinema Excelsior di Borgo Santa Caterina, i primi di marzo del 1984.

«Le Officine nascono nell’autunno dell’anno prima. L’esordio dal vivo arriva dopo mesi di composizione, di sperimentazione di una forma multimediale che per me era nuova. Sino ad allora avevo suonato il punk. In quella serata c’era stato il coinvolgimento di tante persone che avevano attinenze musicali, teatrali, d’immagine. Avevo la necessità di cambiare il mio messaggio sonoro verso il mondo. Volevo togliere certe scorie punk, per dare spazio a un’espressione alternativa alle tendenze di allora. Il contesto era rigorosamente underground».

Bergamo era attraversata dall’onda punk e new wave, era il tempo delle Tribù Liberate.

«Il punk e la new wave stavano diventando materiale televisivo, di massa, man mano perdevano quel fascino sotterraneo nel quale mi trovavo meglio. Ero più interessato a inventare cose nuove».

Cosa accade dopo quel concerto?

«Abbiamo replicato lo spettacolo per mesi, la formazione è cambiata, ma abbiamo avuto la fortuna del primo ingaggio effettivo al “Corte sconta”, un locale del centro cittadino che andava forte all’epoca. Avevamo un contratto per sei date, una ogni due mesi per tutto l’84. È stato l’inizio. Gli anni Ottanta erano curiosi: certi locali avevano un funzione più che interessante per chi si proponeva dal vivo, anche sul piano di una creatività alternativa. Il primo disco è uscito nel 1986, con “Fräulein” e “Rambo” sul lato B. Da lì è iniziata anche l’avventura discografica; le formazioni sono spesso cambiate in rapporto all’evoluzione del progetto».

Quali sono le fasi principali di questo lungo percorso, dallo spleen metropolitano al suono dell’era industriale al tramonto?

«All’inizio c’è stato il tempo della sperimentazione, con la danza, i video, la dimensione teatrale degli stessi musicisti, poi si è sviluppata l’orchestra di percussioni, il coro. Questa è stata la linfa vitale per tutti gli anni Novanta. Avevo aggregato nel progetto 18 elementi. Più tardi è arrivata l’orchestra di fiati, con gli “operatori” che erano in grado di suonare anche le percussioni, avevano una presenza scenica potente».

Nell’arco di quattro decenni quanti artisti sono passati dalle Officine?

«Almeno un’ottantina di elementi, tra musicisti, attori, saldatori, ritmisti, videomaker».

La serata-ricordo come si svilupperà?

«I video riferiscono a quello che noi chiamiamo “Officine 40”, dall’inizio sino ad ora. Le musiche sono varie, composte da brani rivisitati e adeguati al trio. Durante il concerto verrà realizzato un filmato che farà parte di un album multimediale che uscirà nel 40° del primo disco, tra due anni»

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