«Insegno ai detenuti a scrivere per riscoprirsi»

L’INTERVISTA. Adriana Lorenzi tiene un laboratorio di scrittura nel carcere di Bergamo: «Con i racconti scavano in se stessi, una via per redimersi».

Forse non tutti sanno che nella Casa circondariale di Bergamo è attivo da molti anni un laboratorio di scrittura creativa. Intitolato «Spazio – Diario aperto dalla prigione» e coordinato dalla scrittrice, insegnante e formatrice Adriana Lorenzi, mira a dimostrare come la letteratura e la scrittura all’interno di un contesto detentivo possano essere una sorta di strumento di rieducazione e redenzione. Per certi versi anche un modo di esprimere quel senso di libertà altrimenti non consentito. Tutt’altro che mero intrattenimento o occasione per distrarsi, perché le parole possono aiutare a vivere, o anche solo a sopravvivere meglio. Per usare alcuni versi di Emily Dickinson, «Una parola è morta / quando è pronunciata, / ci dice qualcuno. / Io dico invece / che incomincia a vivere / proprio quel giorno».

Tra le cinque volontarie bergamasche che prestano servizio in carcere, dedicando tempo e attenzione ai corsisti che prendono parte a questa esperienza, troviamo Anna Lanfranchi. «Mi sono affacciata a questo mondo per fare ricerca in vista della mia tesi di laurea» ci racconta. E aggiunge: «Lì ho avuto modo di toccare con mano quanto la scrittura possa costituire un fortissimo strumento curativo». Ma lasciamo la parola alla coordinatrice Lorenzi.

Come nascono questi laboratori?

«I miei laboratori chiedono ai partecipanti di trasformare gli eventi della propria vita in racconti. Uso la scrittura autobiografica, memoriale… anche piccoli frammenti vanno bene. A marzo 2002 avevo già raccolto storie di persone anziane, e mi venne chiesto di coinvolgere le detenute del carcere di Bergamo. Andai a spiegare quanto avevo fatto con le anziane e le detenute mi dissero che le loro storie erano più interessanti. Così a ottobre – ormai ventuno anni fa – iniziai con il primo laboratorio di dieci incontri. Da questa esperienza è nato il libro “Voci da dentro. Storie di donne dal carcere”, pubblicato dalle Edizioni Lavoro. L’intento era restituire agli occhi distratti di chi vive fuori dal carcere immagini di donne fragili nell’errore e coraggiose nel momento del riscatto».

Come si è sviluppata poi l’attività laboratoriale?

«È passata dalla sezione femminile a quella maschile perché la percentuale di donne è bassa, mentre c’è una grande popolazione maschile. I laboratori di scrittura adesso durano tutto l’anno, si tengono una volta a settimana, il lunedì, per un paio d’ore. Ci sono due gruppi distinti: uno per la sezione circondariale e l’altro per la sezione penale. In tutto partecipano più di trenta detenuti».

Cosa scaturisce da questi incontri?

«Durante il corso partiamo da spunti letterari, leggiamo e scriviamo. I testi elaborati vengono pubblicati sul giornale del carcere che si intitola come il laboratorio. È un modo per far conoscere la realtà carceraria, preservando una memoria all’interno e non facendola dimenticare fuori dalle sue mura».

Che risposta arriva dai detenuti?

«Positiva. Si percepisce il loro bisogno di espressione, la loro voglia di raccontarsi e collaborare a qualcosa che abbia poi un’uscita pubblica. Il giornale comunque ha un seguito e i detenuti hanno modo di esporsi riscoprendo cose su loro stessi che prima magari non avevano mai voluto raccontare. Raggiungono grandi livelli di introspezione e questo aiuta il loro percorso di presa di coscienza».

Un’ultima domanda. Lei ha recentemente pubblicato il volume “Dalla parte sbagliata”, con il marchio editoriale “Sensibili alle Foglie”. Pagine dove si avvertono interrogativi esistenziali e che mostrano come, grazie alla scrittura, possano farsi resistenza, esame di coscienza, progetto di una vita diversa…

«Sì, è così. È un libro in cui racconto la storia di una maestra di scrittura che guida un gruppo di detenuti, esattamente come faccio io. In questo caso, però, mi sono presa la libertà di far parlare il carcere: gli scritti dei detenuti non sono farina del loro sacco; li ho utilizzati per la mia narrazione e sono intervenuta liberamente. Insomma, è un mio prodotto con una dimensione romanzesca, dove i personaggi sono anche degli emblemi».

© RIPRODUZIONE RISERVATA