La fotografia forma d’arte partecipata: Jodice ad Astino

L’INTERVISTA. Francesco Jodice il 24 luglio accompagnerà i visitatori a scoprire la sua mostra «Luoghi comuni» nel monastero di Astino. «Mi interessa la capacità delle comunità di proiettare i propri desideri sul paesaggio».

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Il 24 luglio, alle 20.30, il fotografo Francesco Jodice, insieme al curatore Corrado Benigni, accompagnerà i visitatori all’interno della mostra «Luoghi comuni» promossa da Fondazione Mia al monastero di Astino fino al 29 novembre e che rappresenta sia i trenta anni di carriera per Jodice sia i dieci anni di esposizioni curate da Benigni presso il monastero (iscrizioni aperte fino a esaurimento posti, massimo 20 persone, entro il 22 luglio all’indirizzo [email protected]). Abbiamo incontrato l’artista per ripercorrere i motivi e l’origine della sua prima esposizione a Bergamo.

Quale è il ruolo della figura umana negli spazi e nei luoghi che lei rappresenta con la sua fotografia?

«Io vengo da una formazione urbanistica, quindi l’attenzione verso lo spazio urbano è connaturata nella mia storia. Per molti anni il mio lavoro è stato letteralmente un lavoro di antropologia urbana. Mi interessava di conseguenza la capacità delle comunità di proiettare i propri desideri sul paesaggio anche in deroga alle regole. La figura umana è da sempre per me un modo per raccontare questa sorta di eterno conflitto fra il nostro bisogno di regolare il modo in cui viviamo e abitiamo i luoghi e la capacità, la pulsione degli individui di deformare il paesaggio a propria immagine e somiglianza».

I suoi progetti coprono quasi tutto il globo, ma ha lavorato relativamente poco in Italia.

«Sì, ho svolto credo l’80 per cento del mio lavoro all’estero e non in Europa. Prevalentemente sono stato attivo nel far east, nel nord-est americano e in Africa. Non ho lavorato molto in Italia perché inseguivo un rapporto che prendesse corpo fra le comunità e le metropoli, mentre negli ultimi anni la società italiana mi è parsa segnata da un eccesso di immobilismo».

Da cosa crede che sia dettato questo fatto?

«Negli ultimi 50 anni l’Italia - non solo per ragioni di saturazione architettonica - ha smesso di pianificare e di modificare il paesaggio, in parte per ragioni di tutela, ma questo avviene anche all’estero, ma più ancora perché credo che il paesaggio culturale e politico sia stagnante. Questo ha dato vita a un immobilismo che è ben meno interessante per me di quanto è avvenuto e avviene oggi in metropoli come Tokyo, Los Angeles o Hong Kong».

Cosa ha trovato di specifico in queste metropoli?

«Dei laboratori sociali dove la forma della città e il pensiero del vivere e dell’abitare erano in continuo conflitto, azione e cambiamento».

Non pensa che a fronte di una giusta tutela del patrimonio architettonico e culturale storico, manchi in Italia una visione urbanistica organica e contemporanea?

«Un architetto o un urbanista avrebbero le idee più chiare di me, ma la mia impressione - e ne aveva già parlato un grande storico dell’architettura come Leonardo Benevolo - è che in Italia, a differenza di quanto accade ad esempio in Olanda o in Svezia, manchi un rapporto di continuità fra la politica e la grande architettura. Il punto non è mai la qualità di un’architettura e nemmeno di un movimento, ma la capacità dell’architettura di essere accettata e ricevuta dalla politica come uno strumento indispensabile».

Forse questo riflette anche un’assenza di tutela del patrimonio culturale del Novecento e del contemporaneo?

«Da artista posso solo rilevare che c’è sempre più attenzione nel proteggere un borgo medievale o nel recuperare un’opera di un artista della scuola del Botticelli piuttosto che nel tutelare e promuovere il pensiero e l’attività artistica delle nuove generazioni. Questo è sicuramente un Paese che ha una certa lungimiranza nel preservare e conservare, ma che in alcuni casi dovrebbe avere il coraggio, oltre che la volontà e il denaro, di smantellare parti vecchie o nuove che siano ripensandole».

Come prende corpo il progetto della mostra nel monastero di Astino?

«Il progetto nasce da un invito del curatore Corrado Benigni con cui è nato un bellissimo dialogo. Alcuni degli autori che mi hanno preceduto - tutti grandissimi nomi delle generazioni precedenti - avevano dato vita a una sorta di retrospettiva mentre nel mio caso, un po’ per curiosità e po’ per il divertimento di costruire insieme a Corrado qualcosa di diverso, abbiamo immaginato sì una retrospettiva, ma dalla forma anomala. Infatti, così come nel libro Electa che accompagna la mostra, ci siamo basati solo sui lavori da me fatti in Italia che pur rappresentando una minima parte della mia produzione raccontano pienamente i miei trent’anni di carriera».

Cosa caratterizza la mostra?

«Penso che esca con evidenza il mio pensiero sulla fotografia. C’è sicuramente uno sguardo ad ampia latitudine su cos’è il paesaggio italiano. Si va da luoghi simbolici del Grand Tour, come nel progetto sul Monte Bianco, a luoghi fortemente politici come quelli del progetto dedicato ai grandi falansteri architettonici dell’urbanistica socialista in Italia tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta».

Non solo fotografia in senso stretto...

«Sì, si passa da progetti molto fotografici a una teca con delle stampe vintage che sono il diretto positivo delle opere fatte negli anni Novanta con il banco ottico. Fino a progetti che sembra non abbiano proprio nulla a che fare con la fotografia, come quello nato dalla collaborazione con “L’Eco di Bergamo”».

Vuole raccontare come è nato?

«L’idea è nata sempre dal dialogo con Corrado Benigni, l’intenzione era quella di pensare a un progetto specifico su Bergamo. Ho così evoluto il mio progetto The Room. Mi sono fatto inviare per alcuni mesi il quotidiano da cui ho strappato delle pagine dipingendole di nero, ma lasciando delle piccole porzioni di frasi che estruse dal contesto violano il senso originario. Queste pagine nere diventano così una sorta di camera oscura che dalla parola riportano alla fotografia».

Quale approccio consiglia ai visitatori della mostra?

«Penso ad una frase di mio padre (Mimmo Jodice, tra i più importanti fotografi italiani del Novecento, ndr): perdersi a guardare. Farsi guidare dalla meraviglia, senza sovrastrutture. Perché penso che la fotografia sia una forma d’arte partecipata in cui lo spettatore diventa parte attiva di un’opera che è completa solo grazie alla sua presenza e alla sua curiosità. Il mio lavoro infatti non vuole offrire risposte, ma attivare dubbi e domande».

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