(Foto di Frau)
LA 42A EDIZIONE . Pierantozzi, Baroncelli, Pareschi, Matteucci e Terrinoni i finalisti. I romanzi offrono comicità, atmosfere rarefatte, sofferenza e citazioni letterarie.
Intrecci di storie «Lo sbilico» di Alcide Pierantozzi (Einaudi, 2025); «Il cielo più pietoso è quello vuoto» di Eugenio Baroncelli (Sellerio, 2025);«Inverness» di Monica Pareschi (Polidoro, 2024); «Cartagloria» di Rosa Matteucci (Adelphi, 2025); «A Beautiful Nothing» di Enrico Terrinoni (Edizioni di Atlantide, 2024): questi, nell’ordine cronologico degli incontri con il pubblico, i cinque finalisti della 42a edizione del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo, selezionati dal Comitato Scientifico (Andrea Cortellessa, Silvia De Laude, Paolo Di Stefano, Michele Mari). I
ntroducendo l’incontro di presentazione alla Sala Galmozzi di via Tasso 4, il presidente del Premio, Massimo Rocchi, ricorda le principali novità, «tutte positive», di quest’anno: «grazie al Comune per il contributo straordinario di 5000 euro. Da quest’anno abbiamo assunto il patrocinio del Premio Quasimodo, rivolto a giovani scrittori provenienti da tutta Italia. La collaborazione con la Fiera dei Librai si è ulteriormente consolidata, tanto che la cerimonia di premiazione si svolgerà, sabato 25 aprile, alle 18, proprio nello Spazio Incontri della Fiera».
A illustrare la cinquina, tre dei cui autori - Baroncelli, Matteucci, Pareschi - già finalisti in precedenti edizioni del Premio, lo scrittore e saggista Hans Tuzzi (all’anagrafe: Adriano Bon). Si parte, in ordine invece alfabetico, da Baroncelli (finalista nel 2013 con «Falene») e dalle sue «Quindici voci di un’improbabile autobiografia»: «Ogni vita, ogni morte», spiega tra il molto altro Tuzzi, in un’esposizione ricchissima di associazioni e riferimenti letterari (ma non solo), «ha un valore e un insegnamento, per chi abbia cuore e intelletto». E Baroncelli «ha compiuto il suo lungo viaggio attraverso le innumerevoli vite altrui, ciascuna delle quali è una individualità la cui singolarità irriducibile è fatta di una cifra, un sapore, un profilo unici». Viaggio compiuto «privilegiando sempre la biografia ridotta a microminiatura dove, tra pensiero e stile, o tra filosofia e letteratura, cogliere l’attimo, quell’attimo, quello che in sé riassume e rivela tutta la vita».
Già finalista della XV edizione (1999) del Premio con «Lourdes», Rosa Matteucci torna ora al suo «tema prediletto, la famiglia», in quanto «rete di relazioni umane in cui ognuno si trova a dover sopravvivere». Questo «Cartagloria» è «ampio e modulato monologo in forma di spezzoni d’autobiografia immaginaria», che, «da un’infanzia mutilata d’affetti», procede ad un «lungo pellegrinaggio nel mondo del sacro». Il romanzo, storia «a un tempo drammatica e ironica della forse ingenua ricerca del divino», spinge il lettore «alla ricerca dei valori che rendano all’uomo la sua perduta umanità». Ritorno anche quello di Monica Pareschi, già finalista della XXXV edizione (2015) con «È di vetro quest’aria». «Inverness», spiega Tuzzi, è «una costellazione di racconti, ordinati quasi in progressione di lunghezza, fatti di atmosfere rarefatte, di personaggi sospesi, quasi in attesa, resi con un linguaggio tanto sorvegliato quanto incisivo, parco ma raffinato». Pareschi «non giudica, ma è implacabile nel restituire quasi con compiacimento i più disagevoli particolari della vita».
Lo «Sbilico» di Alcide Pierantozzi «afferra dalle prime pagine», e, quanto a ritmo e lingua, è «forte e notevole, sebbene attento alle astute e trite regole delle scuole di scrittura». La sofferenza che «cola dalle parole», però, secondo Tuzzi, «non sboccia in arte. Resta elaborato dolore incapace di farsi memoria del dolore, come accade invece per quei libri dove il tormento», «calore di fiamma lontana» secondo la metafora foscoliana del «Didimo», si fa «grande letteratura». Un libro, comunque, «sofferto, sincero, onesto», che «prende alla gola il lettore».
Con «A beautiful nothing» di Enrico Terrinoni siamo «sul finire del Novecento: un “vecchio professore” appassionato di Joyce, durante il suo ultimo corso universitario, indaga sulla permanenza a Roma del futuro autore di «Ulysses», che, pur detestando la Città Eterna, per sette mesi e sette giorni vi rimase – e questa è storia – fra 1906 e 1907 insieme alla moglie Nora e al figlio George per ragioni puramente economiche». L’indagine, che «parte da un dato di fatto, la scomparsa e la morte dell’irlandese Beatrice Madden, giornalista del “Roman Herald” forse amante di Joyce, si muove su più piani, implicando quale nucleo inviolato gli aspetti esoterici della scrittura di Joyce e l’opera di Giordano Bruno, bruciato sul rogo a Campo dei Fiori il 17 febbraio 1600».
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