Primogenito in concerto: la musica è la mia anima gemella
L’INTERVISTA. Il cantautore sarà il 21 agosto sul palco del Bum Bum Festival a Trescore. «Cerco sensazioni oltre la parola, è l’emozione che conta più di ogni cosa». La musica alternativa? «Non è mai morta. Continuerà, soprattutto dal vivo».
Lettura 2 min.Gabriele Tosti, Primogenito da cantautore, ha iniziato a fare musica per caso, suonando la chitarra così, tanto per accompagnarsi. Giocava a calcio, la sua vera passione, e quando ha dovuto smettere, le canzoni l’hanno aiutato. Oggi, nonostante la giovane età, è uno degli autori più interessanti della nuova scena cantautorale italiana. Classe 2004, comincia a farsi conoscere a 19 anni col singolo «Potassio», poi aggiunge altri scampoli di melodia, sino all’ultima inquadratura interessante: l’EP «Affogare in acque amiche». Qualche concerto oceanico tanto per gradire e ora la tournée che fa tappa al Parco Le Stanze e al «Bum Bum Festival» di Trescore venerdì 21 agosto (inizio ore 21.30; ingresso libero).
Dal calcio giocato alle canzoni, pensate alla vecchia, il passaggio non è stato indolore.
«La musica mi ha scovato. Non vengo da una famiglia che mi ha abituato ai buoni ascolti. Mio zio mi ha insegnato qualche accordo di chitarra, lo strumento mi faceva compagnia nel tempo libero. Finivo gli allenamenti e mi divertivo a strimpellare. La musica aveva una funziona accessoria: non si aspettava niente da me e io non mi aspettavo niente da lei. Le cose sono cambiate: la musica adesso è la mia anima gemella, il pallone la fiamma che mi ha fatto vivere emozioni forti. Oggi le canzoni sono il modo migliore che ho per esprimermi».
Affacciarsi al palco del Concertone del 1° maggio sarà pur stato emozionante quanto una partita.
«Beh, è stato sensazionale. Ti rendi conto dopo quanto sia importante il contatto con così tante persone. Ci sono delle affinità con il calcio, anche se nella musica nessuno tifa contro. Le canzoni sono lì e chi vuole le prende. È vero che scrivo alla vecchia, alla maniera del cantautorato di una volta. Scrivo con la chitarra, poi qualcuno arrangia i pezzi. Comunque, non sono un retro-maniaco, non mi sento appartenente a un’altra epoca».
La verità è che le canzoni non chiedono di appartenere a un tempo, a una generazione. Esistono e chi vuole se le prende.
«Evito di collocarmi in un tempo. Molti artisti dell’indie moderno viaggiano in un territorio meno collocabile. Ultimo parla dei pianeti e di quel che c’è, e tutti si possono ritrovare. Gazzelle vola più basso, parla dello spazzolino da denti, dello zucchero filato. Nella mia musica cerco altro: le sensazioni oltre la parola. Le parole mi servono, mi fanno da scudiero, ma sono un mezzo, non la dimostrazione. Ciò che non è criptico e oggettivizza la canzone è l’emozione. Ognuno poi interpreterà il senso a modo suo. Rino Gaetano durante un’intervista in cui gli dissero che le sue canzoni erano molto “politiche”, rispose che avevano una loro leggerezza, non erano comizi. Io mi immagino che le mie canzoni vengano cantate, ballate, senza pensare a cosa c’è dentro. È l’emozione suscitata che conta più di ogni altra cosa. Mi ritrovo nelle canzoni che non appartengono ad un tempo. Mi sento un po’Calcutta perché è scanzonato, ha voglia di comunicare, senza puntare il dito verso nessuno».
Qual è il senso di «Affogare in acque amiche»?
«È un disco che parla della crescita, di come cambiano le relazioni, gli affetti quando cresci. L’acqua da una parte dà la vita, dall’altra la può togliere. Sono troppo grande per la casa dei miei, incompatibile con la mia città, stanco di un amore che si fa stretto. Attraverso le canzoni ho imparato a mettere dei paletti. Prima mi prendevo carico di tutto».
Lo stile è un po’ anni Settanta, alla Lucio Corsi?
«Beh, sono un cantautore. Non mi sento promotore di niente. Il mainstream è lì, la canzone d’autore sta ancora da un’altra parte. È il pubblico che decide. Mi sento di dire che la musica alternativa non è mai morta, continuerà a vivere, soprattutto dal vivo».
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