Sanremo, Måneskin superospiti al festival e in lizza ai Grammy

La band. L’annuncio di Amadeus al Tg1: si esibiranno il 9 febbraio. Venerdì 20 gennaio intanto è uscito il nuovo album «Rush!».

I Måneskin tornano come superospiti al Festival di Sanremo il 9 febbraio: l’annuncio di Amadeus, ospite ieri al Tg1 delle 20 insieme con la band - assente Ethan - che ha appena pubblicato il nuovo album «Rush!» e che è candidata ai Grammy Awards 2023, in programma a Los Angeles il 5 febbraio, nella categoria Best New Artist. «La notizia è che stasera sono il quarto Måneskin», ha scherzato Amadeus introducendo in studio i suoi ospiti, Damiano, Victoria e Thomas, senza Ethan, ammalato a casa. «Non vediamo l’ora di tornare a Sanremo - ha detto Damiano -, ci speravamo, per noi è sempre un onore». «Li invito ogni anno a prescindere - ha fatto eco Amadeus - perché Sanremo è fortemente legato a loro, ha una marcia in più quando ci sono i Måneskin». All’Ariston, dove hanno trionfato nel 2021 con «Zitti e buoni» e dove sono tornati come superospiti l’anno scorso, saranno nella serata di giovedì, «anche perché - ha spiegato Amadeus - fino al giorno prima sono negli Stati Uniti, vengono appositamente per Sanremo».

Intanto ieri è uscito il nuovo album della band, «Rush!», che mescola i soliti ingredienti: qualche provocazione, un po’ di vecchio rock, la moda che tra passato e futuro sta nel bel mezzo del presente. Gli outfit un po’ osé fanno da corollario. I petti messi a nudo non sono una novità, così come i riff chitarristici che ammiccano ai Led Zeppelin, fuori tempo massimo. Noi ci siamo persuasi che i Måneskin alla fine siano dei ragazzi onesti finiti in un meccanismo più grande di loro. Sono il nastro riavvolto di un tempo che fu, di un suono duro a morire che, per fortuna, qualcuno ancora si ostina a rievocare. Ecco il merito del gruppo forse sta proprio in questo: nell’evocazione di un rock suonato dai maestri degli anni Sessanta e Settanta, fino agli Ottanta grunge, che la liquidità del Web aveva archiviato anzitempo.

Damiano David e soci hanno ripreso in mano le chitarre, e questo è un bene. Diventano ridicoli quando le spaccano, perché il contesto adatto a quei gesti non esiste più, ma quando le usano in modo appropriato il senso c’è. Quello che accade però non è tanto vivere il rock, ma darne una rappresentazione. I Måneskin sono raffigurativi, citazionisti. Non copiano, semmai si riferiscono a uno stile. Hanno ascoltato tanta musica. «Rush!» accoglie 17 brani, cinque già pubblicati: «Gossip», «La fine», «Mammamia», «Supermodel», «The Loneliest». Tranne tre gli altri sono in inglese in ossequio al mercato internazionale che fino ad ora ha dimostrato di adorare i ragazzi. «Own My Mind» ha un riff che sembra il biglietto da visita di questo disco dicotomico, feroce da una parte e melodico all’italiana dall’altra. La vena punk, l’hard rock di massima, l’accenno ai Metallica, i Led Zeppelin nel cuore. In «Rush!» c’è di tutto un po’: la moda e il rock di ritorno, la finzione e la musica addomesticata. Da una parte si rilucida la vecchia tesi «sesso, droga, rock’n’roll» come ultima provocatoria messa in scena, dall’altra si prova a scendere alla dimostrazione di una visione altra che emerge soprattutto dai pezzi scritti e cantati in italiano.

Viaggiano nel tempo questi Måneskin, spaziano sino all’ultimo scampolo del punk anni Ottanta e mettono in fila una galleria di riff chitarristici e giri di basso, per siglare un disco internazionale, studiato a dovere per far continuare l’incanto a tutte le latitudini. Un Tom Morello qualsiasi dice la sua in materia di «Gossip» e fa la differenza. Il resto è farina del sacco di questi ragazzi baciati dalla fortuna, aiutati da diversi autori anche a stelle e strisce. Il successo è arrivato come un uragano, ora si tratta di tenerlo vivo e d’insistere in quel blend di furbizia, talento e manierismo rock che i Måneskin e lo staff che hanno attorno proveranno a preservare nel tempo. Il grande circo del rock ha aperto i battenti a Damiano e compagni e ora recitare la parte delle rockstar diventa un obbligo. Anche quando i brani Made in Italy come «Mark Chapman» e «Il dono della vita» mettono in campo un altro stile, melodico, graffiante, più riflessivo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA