Sokolov festeggia con Beethoven e Schubert i suoi 60 anni di carriera

FESTIVAL PIANISTICO. Nella serata di lunedì 18 maggio al Teatro Donizetti il concerto del maestro di Leningrado con un programma «viennese».

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Non c’è Festival Pianistico senza Grigory Sokolov. Anche quest’anno il grande maestro di Leningrado arriva al Teatro Donizetti (alle 20.30) e come di consueto, porterà il suo programma «straordinario», esulando dalla tematica dell’edizione in corso. Sokolov, sulla carta, festeggia 60 anni di carriera. La sua vittoria, a soli 16 anni, il più giovane di sempre, del Concorso Caikovskij 1966 lo lanciava come uno dei più straordinari pianisti del nostro tempo. Al centro del suo pianismo l’interprete ha sempre posto li recital dal vivo, centellinando - e solo da una decina d’anni, alcune registrazioni per Deutsche Grammophon. Allo stesso modo, il maestro russo è refrattario ad ogni intervista: quello che conta avviene con la musica e nella musica sul palcoscenico, secondo una visione «mistica» originale della disciplina che ha pochi eguali.

Confronto tra contemporanei

Lo stesso vale per i programmi, che spaziano dalle forme e dalle latitudini storiche e geografiche più diverse e che il maestro sceglie con cura a cadenza annuale per i suoi selezionati 70 concerti in giro per il mondo. Il recital di stasera si muove tutto all’interno di Vienna, delle piccole e delle grandi forme pianistiche, mettendo a confronto Beethoven e Schubert, a lungo contemporanei.

«L’innamorata»

Da un lato la Sonata op.7, «Grande sonata» composta da un Beethoven 26enne le cui dimensioni sono inferiori solo a quella della gigantesca Hammerklavier, op.106: si trova quella attitudine ad allargare i tempi canonici della struttura classica che Schubert avrebbe ripreso e fatto proprie con il suo inconfondibile stile. In questo senso l’op.7 è la creazione che più anticipa l’evoluzione stilistica della sonata in Beethoven, quella «eroica» che segna le composizioni dopo il passaggio di secolo, quando il celebre «testamento di Heiligenstadt» certifica il peggioramento irreversibile della sordità e il forzato abbandono della carriera concertistica che lo vedeva protagonista nella capitale austriaca. La Sonata op.7 è anche nota nei paesi tedeschi come «Die Verliebte» (L’innamorata) per la dedica alla contessa Babette Keglevics, allieva del giovane maestro. Altra «divina lunghezza» caratterizza la Sonata D 960 in si bemolle maggiore (1828) di Schubert, scritta un paio di mesi prima della sua precoce scomparsa.

Ultima in ordine di tempo tra le sonate di Schubert, è considerata concordemente come il capolavoro tra le 21 sonate di Schubert. La attraversa una visione crepuscolare, che abbraccia tutta la civiltà viennese e che - secondo Piero Rattalino - manifesta caratteristiche di teatralità inedite: «La fluidità e la rottura, che sono il contrario della accumulazione fino al climax e della distensione, stanno alla base del teatro concepito all’inizio del Novecento». In mezzo brillano le Sei Bagatelle op.126 (1823) di Beethoven: non «ciclo di piccolezze» come l’autore le definì: sono solo all’apparenza dimesse, la struttura e nell’articolazione complessiva sono invece ben altro, quasi novelle filosofiche. Valga per tutte la Bagattella n. 3 al pari delle più alte meditazioni religiose dell’autore.

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