«Vivaldi e Cecilia, ho raccontato l’incontro musicale di due anime»

CINEMA. Al Conca Verde ospite Damiano Michieletto, regista teatrale apprezzato a livello internazionale e ora esordiente sul grande schermo con «Primavera». «Il film nasce dal mio bisogno di fare qualcosa di diverso e l’ho fatto con la musica, che è il mio linguaggio».

Considerato «uno tra i più visionari e rivoluzionari registi di opera lirica» (dal Teatro alla Scala di Milano alla Royal Opera House di Londra, dal Teatro La Fenice di Venezia, alla Staatsoper di Berlino) Damiano Michieletto (Direttore creativo della cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026) è stato ospite il 6 gennaio del Cinema Conca Verde di Longuelo per presentare «Primavera» la sua prima regia cinematografica. Un film che sta riscuotendo un buon successo di pubblico, successo meritato anche per il coraggio di uscire durante le festività natalizie dove si confrontava con le due corazzate cinematografiche del momento: l’«Avatar» di James Cameron e «Buen camino» di Gennaro Nunziante con Checco Zalone.

I giovani dell’Ospedale della Pietà

Sollecitato dalle domande di Giuseppe Perico, il regista ha raccontato come è nata questa pellicola ambientata nella Venezia del primo Settecento nell’Ospedale della Pietà, il più grande orfanotrofio di Venezia dove i ragazzi venivano avviati a un mestiere e le ragazze avviate allo studio della musica. I loro concerti sostenevano le attività dell’istituto. Uno degli insegnanti era stato Antonio Vivaldi.

Brani del ’700 e melodie contemporanee

«Il film nasce da un mio bisogno personale di fare una cosa diversa - ha spiegato Michieletto - dato che faccio il regista di teatro e di opera lirica da 25 anni. Avevo voglia di imparare qualcosa di nuovo. E l’ho fatto con la musica, che è il mio linguaggio, e una storia in cui la musica non fosse solo un commento, ma un ingrediente narrativo forte. Una storia narrata attraverso la musica, non solo quella di Vivaldi ma anche con una colonna sonora originale che si mescola: nel film ci sono la musica del ‘700 e la musica contemporanea di Fabio Massimo Capogrosso».

Una storia nella storia

«Lo spunto – ha proseguito – è dato dal romanzo di Tiziano Scarpa “Stabat Mater” che avevo letto qualche anno fa. Mi colpiva il fatto che fosse una storia vera, quella dell’Ospedale della Pietà, perché allora l’abbandono dei bambini era una piaga sociale. I bambini venivano mandati a bottega all’Arsenale e le bambine erano educate alla musica, formavano un orchestra e un coro e si esibivano e con i soldi guadagnati sostenevano tutto l’orfanotrofio. Vivaldi per circa 40 anni è stato l’insegnante. Quindi una storia vera con all’interno una storia completamente inventata, cioè quella dell’incontro tra Vivaldi (Michele Riondino) e una di queste ragazze Cecilia (interpretata da Tecla Insolia) che è la vera protagonista del film. Due anime che si sfiorano e comunicano in qualche modo attraverso il linguaggio della musica».

Riguardo a Vivaldi «era un uomo molto sfortunato, febbrile, con il costante bisogno di essere riconosciuto cosa che non gli è mai riuscita. È morto sconosciuto, dimenticato da tutti, sepolto in una fossa comune: al suo funerale c’erano tre persone»

Il gioco delle inquadrature

Michieletto ha rivelato: «Il cinema è sempre stato una mia grande passione. Rispetto al mio lavoro in teatro devo dire che quando ho fatto la mia prima opera lirica non sapevo niente di teatro. Quindi ho detto: non so niente, ma mi butto. E questo è un po’ il mio stile. Certo con un’idea e soprattutto con una squadra di persone che lavora con te, che è fondamentale. La differenza principale è che quando sei in teatro l’inquadratura è una, è sempre quella: il boccascena del teatro, non lo puoi cambiare. Puoi cambiare quello che c’è dentro a quell’inquadratura, ma è sempre una. Al cinema invece l’inquadratura cambia in ogni momento in cui muovi la macchina da presa e quindi si tratta di cambiare il punto di vista, di ragionare in modo che il tuo occhio sia quello della macchina da presa. Quello che è simile è riuscire a raccontare una storia, con i dettagli, con la cura, con la qualità della recitazione e con l’estetica cercando di portare delle emozioni al pubblico».

Un genio sfortunato e sofferente

Riguardo a Vivaldi «era un uomo molto sfortunato, febbrile, con il costante bisogno di essere riconosciuto cosa che non gli è mai riuscita. È morto sconosciuto, dimenticato da tutti, sepolto in una fossa comune: al suo funerale c’erano tre persone. Era andato a cercare fortuna alla corte di Vienna ma gli era andata male anche lì. Le sue musiche sono state dimenticate per due secoli poi per caso un istituto religioso di Torino ha messo in vendita alcune cose nei loro archivi tra i quali c’erano dei libri con degli spartiti: erano quelli di Vivaldi. È sempre stato un uomo sofferente, anche dal punto di vista fisico. Nell’incontro con Cecilia, pur essendo personaggi completamente diversi, si scopre che hanno qualcosa in comune: il rapporto con la madre, con la musica. È l’incontro di due anime che si sfiorano e poi ognuno va per la sua strada».

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