Da celiaca a startupper del gusto: cibo fresco per chi ha intolleranze
AZIENDE CHE CRESCONO. Free Eat propone prodotti senza glutine e lattosio. Agli esordi la collaborazione con tre laboratori, ora «rete» con 40 imprese.
Lettura 2 min.Una startup nasce o per una grande idea o per un bisogno. Questo secondo caso è ciò che ha dato vita a Free Eat, portale dedicato all’acquisto di cibo cosiddetto «free-from», ovvero quei prodotti senza glutine, lattosio o altri componenti che generano intolleranze. La vera differenza tra il catalogo di Free Eat e gli altri è la qualità, come sottolinea Mariachiara Leonardi, siciliana d’origine, ma bergamasca d’adozione, che quasi due anni fa ha fondato la startup con un giovane bergamasco, l’attuale cfo Leonardo Carenini.
«Io sono diventata celiaca a 23 anni - spiega - e il gusto delle brioches e dei prodotti da forno me lo ricordo bene. Il fatto che non potessi provare nuovamente quel piacere dovendomi accontentare di qualcosa di confezionato, mi infastidiva». A questo punto, nella testa di Leonardi scatta qualcosa e inizia a studiare i numeri: «In Italia ci sono circa 7 milioni di persone intolleranti e i celiaci sono cresciuti del 300% negli ultimi 10 anni, però i panifici, i forni e le gastronomie “free-from” in Italia sono solo 323, un dato pari alla metà dei panifici della sola città di Milano». Se Leonardi vuole tornare a mangiare una brioche degna di questo nome ha bisogno di creare una rete che metta in contatto la domanda con un’offerta così frastagliata, perciò prende ciò che ha imparato in qualità di brand manager in un’azienda alimentare e fonda Free Eat.
In concreto la startup è un «food delivery» in cui l’utente fa la spesa dai laboratori artigianali convenzionati e verificati dal team. L’offerta si concentra soprattutto su prodotti senza glutine e lattosio, ma la fondatrice racconta che hanno già creato box ad hoc per persone che avevano più intolleranze alimentari o, per esempio, con necessità legate all’allergia al nichel. «Questa situazione, in particolare, è poco evidenziata, ma impatta moltissimo sull’alimentazione ed è uno dei motivi per cui vorremo iniziare anche collaborazioni con le università».
Sul sito ci sono pasta, ravioli, piatti asiatici o della tradizione pugliese o romagnola, che arrivano al consumatore in meno di 24 ore. Il lavoro della startup comprende anche l’omologazione del confezionamento, dando un’unica linea da seguire per realtà molto diverse, mentre la logistica è ottimizzata dalla partnership con altri due giovani, proprietari di una filiale Mailboxes. «Il nostro business model è leggero, senza costi fissi, nessun magazzino e le spese del marketing parzialmente coperte dagli stessi laboratori», conferma Leonardi.
Dopo un percorso con il programma «Bocconi for Innovation», la prima fase di sperimentazione è partita a metà dicembre 2024, con tre laboratori e i due fondatori in giro per Milano a consegnare personalmente le box vendute. Ad aprile 2025 l’avventura di Free Eat parte ufficialmente. «Oggi collaboriamo con una quarantina di imprese e gestiamo una community di oltre 20mila utenti. Abbiamo venduto più di 6mila box e generato quasi mezzo milione di acquisti», conferma la startupper, che spiega come il prossimo obiettivo sia il mondo Horeca: «Proprietari di ristoranti, bar e hotel, hanno lo stesso problema: richieste di utenti intolleranti che non sanno soddisfare se non con prodotti confezionati, per questo ci stiamo preparando a ottimizzare il sito e le spedizioni anche per loro richieste, per far sì che anche i turisti celiaci o allergici al lattosio possano avere, al buffet della colazione una brioche fresca di forno».
Fino a oggi l’avventura di Leonardi e Carenini, premiata a febbraio dal programma «Cambiamenti» di Cna, è stata finanziata con capitali privati: ora, però, la startup è a caccia di fondi, come confermano i fondatori: «Valutiamo il crowdfunding, ma in questa fase l’idea è di trovare un investitore o un partner che possa aiutarci proprio nello sviluppo del comparto horeca».
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