Il lavoro da remoto in Bergamasca non ingrana. Lo usa solo il 12,4% dei dipendenti

STUDIO UIL LOMBARDIA. A Milano la percentuale cresce fino al 29,5%, a Lecco la crescita maggiore in un anno. Il sindacato: «Non sia un modo per scaricare i costi e aumentare i carichi».

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In Bergamasca il lavoro da casa non ingrana. Nonostante un lieve aumento (più 0,2%) tra il 2023 e il 2024 la percentuale di dipendenti che utilizzava questa modalità è rimasta pressoché invariata, passando dal 12,2% al 12,4%. In numeri si parla di 1.758 lavoratori in più su un totale di 64.419 persone. Tra loro il 7,4% utilizza questa possibilità saltuariamente, mentre il 5% lavora da remoto per la maggior parte dei giorni.

In provincia di Bergamo sono in tutto 64.419 i dipendenti che hanno lavorato da casa almeno qualche giorno.

Per fare un paragone, Lecco, che è la provincia lombarda dove la pratica dello smart working è cresciuta maggiormente in un anno (il 2% in più) conta un incremento dal 12,4% al 14,5% pari a 3.458 addetti. A Milano, provincia lombarda dove lo smart working è molto diffuso, gli occupati che fanno lavoro agile sono 460.281, pari al 29,5% dei lavoratori. Di questi l’11,6% lo pratica regolarmente e il 17,8% solo alcuni giorni.

In Lombardia fanno «smart» 891mila lavoratori

A fotografare questo fenomeno è lo studio «Smart working in Lombardia» presentato da Uil Lombardia sui dati Istat del Censimento permanente della popolazione. Complessivamente, nel 2024 quasi 891mila occupati lombardi hanno svolto la propria attività da casa per almeno una parte del tempo. La quota regionale raggiunge il 19%, staccando di quasi cinque punti la media nazionale, che si attesta al 14%. Tra i territori, il comune di Milano detiene il primato assoluto con il 39% dei lavoratori in smart working, la città metropolitana di Milano si attesta al 29,5% degli occupati e la provincia di Monza e Brianza segue con il 21,8%. Le altre province lombarde restano in una forbice compresa tra il 16 e l’8% sul totale dei lavoratori.

La maggior parte sono donne e laureati

Oltre alla diffusione del lavoro da casa, lo studio mostra anche un’ulteriore tendenza: in tutte le principali province analizzate le donne in smart working sono più degli uomini e il 29% dei lavoratori che utilizza la modalità può vantare un titolo di studio alto, a differenza del 11% in possesso di diploma e del 3% con un titolo inferiore.

Per lo più si tratta di lavoratori nel settore informatico e della comunicazione (60%), in ambito finanziario e assicurativo (44%) o occupati in attività professionali tecnico scientifiche (37%)

Anche la professione è determinante. Le quote più elevate riguardano attività intellettuali e specialistiche, lavoro esecutivo d’ufficio, professioni tecniche e dirigenza. Nei lavori operai, agricoli e non qualificati il ricorso al lavoro da casa è residuale. Questa frattura non dipende dalla disponibilità individuale, ma dalla natura del processo produttivo e dalla posizione professionale.

Il richiamo del sindacato: «Non sia un modo per allungare gli orari»

«Lo smart working non può essere considerato un semplice beneficio individuale, né può essere lasciato alle decisioni unilaterali delle imprese - commentano i segretari confederali Uil Lombardia Salvatore Monteduro ed Eleonora Di Prisco -. Deve essere regolato dalla contrattazione collettiva nazionale, territoriale e aziendale e le aziende non devono trasferire sulle lavoratrici e sui lavoratori i costi delle postazioni, delle connessioni e dell’energia, né utilizzare il lavoro da remoto per allungare informalmente gli orari o intensificare i carichi».

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