Moda, al via la nuova vita degli invenduti: «L’economia circolare entri nelle aziende»
NOVITÀ. Il regolamento europeo vieta la distruzione dei prodotti tessili, imponendo rivendita, riuso o donazione. In media resta nei magazzini il 20% della produzione. Retex.Green aiuta le imprese ad applicare i processi giusti.
Lettura 2 min.Per l’industria della moda è iniziata ufficialmente una nuova era. Dal 19 luglio scorso è entrato in vigore il regolamento Ue 2024/1781 (Espr - Ecodesign for sustainable products regulation), che prevede il divieto di distruzione di prodotti tessili invenduti. Obiettivo: contrastare la sovrapproduzione e l’impatto ambientale di uno dei settori più inquinanti al mondo. Si tratta di un cambio di passo non da poco nella gestione di eccedenze, rimanenze e resi, che non possono più essere eliminati come rifiuti, ma devono essere gestiti secondo rigorosi criteri di tracciabilità e rendicontazione.
Obbligate al rispetto della normativa europea sono, per ora, le grandi imprese, mentre le medie avranno tempo fino al 19 luglio 2030 per adeguarsi. Escluse, invece, micro e piccole. In un Paese come l’Italia, dove il comparto tessile-abbigliamento vanta oltre 37.300 aziende e 372.000 addetti, con un fatturato di 58,4 miliardi di euro nel 2025, l’impatto economico è rilevante: stime di settore indicano che l’invenduto si attesta mediamente attorno al 20% della produzione. La stessa percentuale vale per la Lombardia, cuore pulsante della moda nazionale con oltre 9.500 imprese, 81 mila addetti e una quota export che pesa per il 27% sul totale di settore, e per la provincia di Bergamo, che concentra un migliaio di realtà per più di diecimila addetti.
Le deroghe
D’ora in avanti l’invenduto potrà seguire principalmente le strade della rivendita, della donazione o dell’upcycling. Nel primo caso i prodotti verranno destinati a canali di vendita secondari come outlet, stocchisti con filiere tracciate o destinati a mercati alternativi per evitare la concorrenza sui mercati primari di un marchio; nel secondo caso potranno essere donati a enti di beneficenza o imprese sociali. Infine l’upcycling, ovvero la possibilità di modificare un abito in modo da trasformarlo in un nuovo prodotto o inserirlo in collezioni alternative, anche tramite re-branding.
La distruzione dei capi sarà permessa solo in presenza di non conformità agli standard di sicurezza (che include vestiti e accessori non idonei alla vendita o quelli che violano le normative sulle sostanze chimiche, come il regolamento «Reach» dell’Unione europea) o nel caso dei prodotti contraffatti sequestrati dalle autorità o, ancora, di fronte all’impossibilità di rimuovere loghi o elementi di proprietà intellettuale senza danneggiare il prodotto. Per poter agire in deroga le aziende dovranno adottare un protocollo preciso, partendo da un processo di valutazione legale e tecnico, e la distruzione non potrà comunque essere arbitraria, ma dovrà essere certificata e documentata, anche tramite videoregistrazioni. A garanzia della massima tracciabilità e trasparenza, le imprese dovranno, non solo conservare i registri per cinque anni, rendendo possibili le necessarie verifiche da parte delle autorità nazionali, che potranno applicare sanzioni in caso di mancato rispetto delle regole, ma anche dichiarare nei propri bilanci di sostenibilità quali quantitativi di merce sono stati distrutti, spiegandone motivazioni e modalità.
L’azione di Retex.Green
Per accompagnare le imprese in questo percorso, nel 2022 in Italia è nato il consorzio nazionale Retex.Green, promosso da Confindustria Moda e Fondazione del Tessile italiano. «L’invenduto non deve più essere considerato un costo da eliminare, ma una risorsa da valorizzare - sottolinea Massimiliano Marin, direttore dello sviluppo business di Retex.Green -. Con l’entrata in vigore del regolamento europeo Espr, la distruzione degli invenduti tessili diventa un’opzione residuale e fortemente regolata. Retex.Green accompagna le aziende in percorsi di riuso, donazione, rigenerazione, upcycling e riciclo, quest’ultima soluzione applicabile quando ammesso procedere in deroga, garantendo tracciabilità, conformità normativa e misurazione degli impatti Esg». «L’obiettivo - conclude Marin - è trasformare un problema ambientale ed economico in una leva concreta di economia circolare».
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