Una bergamasca a capo di Bayer: Gregis e il sogno nato negli Usa
LA STORIA. Originaria di Romano, da gennaio è a.d. della realtà italiana. «Tra le sfide, i farmaci per il Parkinson e un’agricoltura più sostenibile».
Lettura 2 min.alla provincia bergamasca a Wall Street, per poi tornare in Italia alla guida di uno dei colossi mondiali delle «Life sciences». Arianna Gregis, amministratrice delegata di Bayer Italia, originaria di Romano di Lombardia, da gennaio di quest’anno è ai vertici di una realtà che a livello globale fattura 45,6 miliardi, impiega 88mila dipendenti e investe ogni anno 5,8 miliardi in ricerca e sviluppo. In Italia, il gruppo conta oltre 1.100 addetti e una presenza storica che ha appena celebrato i 125 anni nel Paese.
«Sono cresciuta con il sogno americano e l’idea che lì tutto fosse possibile», racconta Gregis ricordando il bivio che a 17 anni la portò negli Stati Uniti. «Ho finito il liceo negli Stati Uniti, in Ohio, poi mi sono laureata in International business and finance alla Nottingham Trent University, in Inghilterra, dopodiché sono tornata negli Usa per lavorare nell’investment banking a New York». Il sogno si concretizzava, ma questo non le bastava: «Cercavo più valore, sentivo il bisogno di generare un impatto diverso. Così ho incontrato il mondo delle scienze della vita».
Gregis è entrata in Bayer Italia nel 2006 con un ruolo nel marketing. «Non avevo esperienza nel settore, ma una donna manager mi diede fiducia, ricordandomi che conta più la determinazione della conoscenza pregressa». Da allora, sono passati 20 anni dedicati a una sfida che oggi vede la multinazionale impegnata su due fronti vitali: «Vogliamo preservare la salute umana e, contemporaneamente, trovare soluzioni per un’agricoltura più tecnologica e sostenibile», racconta Gregis.
Lo stabilimento di Garbagnate Milanese
Cuore pulsante di questa missione è lo stabilimento di Garbagnate Milanese, un’eccellenza che ha festeggiato 80 anni di attività. «È un hub mondiale: forniamo oltre 130 Paesi e produciamo 8 miliardi di compresse l’anno, praticamente una per ogni abitante del pianeta». Ma Bayer non è solo produzione: la ricerca spazia dalle terapie geniche e cellulari per malattie come il Parkinson fino al grano di precisione, che ha una resa migliorata, e alla creazione di una piattaforma come FieldView, che raccoglie, analizza e gestisce dati agronomici in tempo reale per ottimizzare l’uso di acqua e nutrienti in agricoltura.
Un settore strategico per l’Italia
Per l’a.d. di Bayer Italia la competitività europea è un tema centrale. «Stati Uniti e Cina sono calamite per gli investimenti, invece l’Europa negli ultimi 10 anni ha perso il 25% della sua competitività negli studi clinici». La ricetta per invertire la rotta passa per regole chiare e velocità: «Il settore delle Life Sciences rappresenta il 10% del Pil europeo. Servono dossier come il Biotech Act, una proposta di regolamento europeo per incentivare la ricerca. Gli ingredienti e le competenze scientifiche in Italia e in Europa ci sono, ma non possiamo permetterci di perdere tempo».
L’innovazione in Bayer passa anche per l’intelligenza artificiale, «governata però con responsabilità umana - spiega Gregis -. La usiamo per accelerare lo sviluppo dei farmaci. Attualmente servono circa 15 anni: il nostro obiettivo è ridurre del 40% i tempi della prima fase entro il 2030. Lo facciamo non solo con la ricerca interna: Bayer ha attivato oltre 100 collaborazioni di open innovation nel mondo e ha avviato il programma Leaps, un meccanismo di venture capital che investe in grandi sfide scientifiche, come le terapie geniche per il Parkinson, per cercare soluzioni definitive in tempi più rapidi».
Per Gregis è vincente un modello organizzativo di «responsabilità condivisa, che va oltre il ruolo aziendale». Questa visione inclusiva si riflette anche nei numeri delle risorse umane di Bayer Italia, dove le donne rappresentano circa il 48%. «Ma il tetto di cristallo in Italia esiste ancora: abbiamo un’ottima presenza femminile, anche nel mondo Stem, ma questa non si traduce ancora abbastanza in ruoli apicali. Il nostro Paese deve diventare più dinamico», ammette Gregis. E ai giovani passa il consiglio ricevuto da un professore universitario: «Rischia ogni giorno una brutta figura. Intendeva dire che solo uscendo dalla zona di comfort possiamo scoprire chi siamo e cosa vogliamo portare nel mondo».
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