Fine vita: la malattia, la morte e la dignità

MONDO. Dopo il recente dibattito parlamentare sulla legge sul «fine vita», il dibattito è ripreso anche in Italia. Ma per quale motivo si sta introducendo il suicidio assistito in molti Paesi europei?

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Si rivendica il diritto all’autodeterminazione, ma la motivazione reale è la sofferenza insopportabile. La paura diffusa del dolore o di finire in una situazione di sofferenza e abbandono. La sofferenza insopportabile si presenta a ondate successive, di intensità crescente, lascia senza fiato, non assomiglia al dolore comune, che tutto sommato riusciamo a tenere a distanza, seppur minima. La sofferenza insopportabile è l’eclissi del sé, il dolore di dover morire.

Le possibili risposte

Il problema è come rispondere. Con la possibilità legale di mettere fine alla propria vita o con la terapia del dolore e le cure palliative. La prima soluzione rispetta la libertà individuale di scegliere, la seconda richiede la risoluzione dei sintomi corporei, l’assistenza psicologica e spirituale, la vicinanza di parenti e amici. La realtà clinica e l’assistenza domiciliare, in questi anni, mostrano lo sciogliersi del desiderio di morire nelle situazioni in cui la sofferenza torni a essere sopportabile, perché ben trattata. Non a caso, seppur è andata crescendo la convinzione sociale del «diritto di morire», per i medici la grande maggioranza delle richieste di morire si riduce quando la disperazione delle persone incontra la capacità di cura, efficace e personale, messa in atto da medici e infermieri palliativisti.

Oggi di fronte al dolore «refrattario», quello per il quale non si riesce a trovare una remissione sintomatologica, si procede con la sedazione profonda, che toglie la coscienza. La procedura è lecita se l’ammalato è in fase terminale e ha dato il suo consenso. Anche per la Chiesa si può fare, perché la sedazione non accelera la morte, ma consente di morire senza soffrire. Tuttavia chi è a favore della morte medicalmente assistita sostiene che lo stato di malattia irreversibile sia già sufficiente per parlare di perdita della dignità del vivere. Motivo per cui in Olanda si è autorizzata l’eutanasia di una minorenne che soffriva di depressione cronica. Ma davvero la malattia toglie la dignità?

Che cosa si intende per dignità umana

Il problema è cosa si intenda per dignità umana. La dignità appartiene all’essere umano in quanto tale, nessuno ce la può togliere. Quello che gli altri possono fare è offendere la nostra dignità non rispettandola. Ciò che invece è possibile togliere a una persona è la possibilità di presentarsi dignitosamente. È vero che la malattia in certe fasi deforma, sfigura, abbruttisce, ma la dignità è violata solo quando all’ammalato non si danno le dovute attenzioni mediche e infermieristiche, gli si nasconde la verità, lo si lascia solo, non viene ascoltato, non lo si conforta spiritualmente. La dignità sta nel gesto con cui ci rapportiamo all’altro.

La malattia e il dolore hanno la forza di gettare la persona in una profonda e drammatica solitudine, rendendo loro la vita insopportabile. Il malato, se si sente incompreso, ammutolisce e pensa di doversene andare. Dedurre da questo che l’eutanasia è un modo «dignitoso» di morire perché rispetta la volontà dell’individuo è negare la relazione umana, che è sostanzialmente prendersi cura. La malattia, come la morte, non è un fatto «privato», è un fatto personale e sociale. Aiuta a prendere coscienza della propria fragilità e finitudine, ma nel contempo provoca la vicinanza, l’aiuto, la compassione.

Proprio nel momento del dolore e della sofferenza bisogna tenersi all’altezza del compito eminentemente umano della sollecitudine reciproca. Anche se agli occhi del razionalista «non ha più nulla di umano», in quel volto sfigurato e corpo rattrappito noi onoriamo la sua umanità spoglia e ci assumiamo il fardello di accompagnarlo non per commiserazione, ma per rispetto della sua «indegnità».

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