Fine vita, urgente riscoprire il «noi»
MONDO. In Inghilterra è stato bocciato il disegno di legge Terminally Ill Adults (End of Life) Bill che prevedeva il diritto di ottenere il suicidio medicalmente assistito. Non sono bastate le garanzie che la decisione dell’ammalato fosse realmente libera e non frutto di coercizione o pressione altrui. L’aspetto sociale ha così prevalso su quello individuale.
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Un fatto insolito rispetto all’attuale «senso comune» che mette al primo posto la libertà soggettiva. Oggi infatti pensiamo alla libertà soprattutto come capacità di decidere in modo autonomo. «Come posso decidere di tutte le cose della mia vita così devo poter decidere anche della mia morte» è un’argomentazione plausibile. In effetti l’uomo dispone di questo «potere», anche nel momento in cui decide di togliersi la vita. Ma la figura di questa libertà, entra in crisi proprio nel suo gesto estremo, che sopprime la condizione che la rende possibile, ossia la vita. Ciò che spaventa - in realtà - non è tanto la morte in sé, quanto un morire lento e doloroso, una qualità di vita ormai compromessa e non desiderabile, l’incapacità di gestirsi e dover dipendere da altri in tutto. Di fronte a questi pericoli, la possibilità di morire per mano di un medico, appare come una soluzione sensata se non opportuna.
Nel dibattito sul fine vita stiamo vedendo leggi che basandosi sulla volontà del singolo, chiedono ai medici di procurare la morte e leggi che rilanciano la solidarietà e il dovere di curare fino alla morte naturale. Il problema è la morte e il suo pesante fardello strappati alle relazioni vitali. La persona isolata dalla sua comunità di appartenenza. Ho visto molte persone soffrire, ma fidarsi di chi avevano accanto e sapendo di non dover affrontare da sole la fase finale della vita. Stiamo perdendo il «noi», il valore relazionale del vivere insieme. Ora tale valore sociale dell’individuo non può essere frutto di negoziazione tra opposti pareri, è piuttosto inerente all’essere umano. Siamo fatti per l’altro, per conoscerci, amarci e aiutarci. Stabilire per legge un accordo che contraddice tale solidarietà originaria diminuisce l’umanità, non la arricchisce.
La sfida è riportare la malattia cronica e terminale dentro relazioni qualitativamente buone, aiutare le persone nei loro spazi di vita quotidiana, garantire l’assistenza domiciliare, sostenere la famiglia
La sfida è riportare la malattia cronica e terminale dentro relazioni qualitativamente buone, aiutare le persone nei loro spazi di vita quotidiana, garantire l’assistenza domiciliare, sostenere la famiglia. La propria casa deve tornare ad essere luogo comunitario, dove si accompagna il malato e si accoglie la morte. In quest’ottica le cure palliative non servono solo per alleviare il dolore, sono prima di tutto una rivoluzione culturale. È vero che nessuno può mettersi nei panni di chi sta male o sta morendo eppure questo non rompe il legame di vicinanza e condivisione. Come si è gioito ora si patisce insieme. La decisione di vivere gli uni accanto agli altri in responsabile cura «riconsegna l’uomo all’uomo» scrive il teologo Pierangelo Sequeri («L’umano alla prova. Soggetto, identità, limite», 2002). Sui confini della vita quelli segnati da timore, angoscia, disperazione, non si è soli con sé stessi, c’è posto per la parola che conforta, lo sguardo compassionevole, una presenza discreta.
È vero che nessuno può mettersi nei panni di chi sta male o sta morendo eppure questo non rompe il legame di vicinanza e condivisione. Come si è gioito ora si patisce insieme. La decisione di vivere gli uni accanto agli altri in responsabile cura «riconsegna l’uomo all’uomo» scrive il teologo Pierangelo Sequeri
Rendere possibile l’intreccio degli spazi familiari con gli strumenti della terapia compresa quella palliativa, i tempi del personale sanitario con quelli degli amici, tutto questo tesse un’alleanza benefica, che da forma comunitaria e non individualista al vivere sociale. Unica condizione che rende autentica anche la libertà. Papa Leone XIV ricordava ai membri del Corpo diplomatico che il compito della società civile e degli Stati è rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla malattia e alla sofferenza «promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia» (Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9 gennaio 2026). È la parte debole della società a decidere del bene di cui quella società è effettivamente capace.
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