Gli scontri cercati e lo Stato di diritto

ITALIA. Il bilancio degli scontri in Val Susa è quello di una guerra: 125 agenti feriti, 450 persone identificate, quasi tutti black bloc arrivati dalla Francia e saldati agli antagonisti No Tav. Gente che non è venuta a discutere dell’Alta velocità, né a difendere una valle, ma a cercare lo scontro, a colpire uomini in divisa.

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Un tranquillo weekend di violenza. Basterebbero questi numeri per mettere fine ai distinguo, ai «sì, però», alle frasi prudenti pronunciate da chi teme di inimicarsi le frange più radicali. Agli agenti va la solidarietà per la perizia e il sacrificio con cui hanno affrontato quell’orda di delinquenti armati di bombe carta, bulloni, molotov, spranghe e persino mortai artigianali. Sono servitori dello Stato mandati a reggere l’urto di gruppi organizzati, addestrati, protetti dall’anonimato dei caschi e delle tute nere. Ha fatto bene il presidente Sergio Mattarella a telefonare al ministro dell’Interno. Le istituzioni devono parlare chiaro, il Capo dello Stato lo ha fatto, nel Parlamento invece a volte qualcuno pronuncia insopportabili e pelosi distinguo.

Non siamo più ai giorni bui della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto. Quelle ferite restano nella storia della Repubblica e non vanno cancellate. Ma proprio perché lo Stato democratico ha processato e condannato i propri abusi, non si può usare il passato come lasciapassare per la violenza di oggi. La polizia ha imparato, la magistratura ha fatto il suo dovere, i controlli esistono, grazie al sistema previsto dalla Costituzione. Chi aggredisce un agente non combatte la repressione: aggredisce un agente e basta.

Tornano alla mente le parole di Pier Paolo Pasolini dopo Valle Giulia, nel 1968: i poliziotti erano figli di poveri. Anche oggi molti di quegli uomini vengono da famiglie normali, guadagnano stipendi normali, passano ore sotto pietre, bombe carta e spranghe per difendere un cantiere deciso dallo Stato. Il problema riguarda però anche il movimento No Tav. Non basta dire che i violenti sono infiltrati. Un virus entra nelle cellule sane, ma se vi resta per anni significa che trova un ambiente favorevole. Da troppo tempo, in Val Susa, una parte del dissenso tollera, copre o romanticizza chi pratica la violenza. C’è persino chi li chiama partigiani, infangando la memoria di uomini che combatterono una dittatura vera, non una linea ferroviaria approvata da governi e Parlamenti.

La domanda è scomoda ma inevitabile: siamo certi che tutti coloro che si oppongono all’opera prendano davvero le distanze da questi teppisti? Perché la violenza non nasce nel vuoto. Ha bisogno di complicità, indulgenze, silenzi. Il risultato oltretutto è paradossale. I black bloc sono i migliori alleati della destra più estrema. Ogni pietra lanciata contro un poliziotto porta voti a chi invoca leggi speciali, strette autoritarie, nuove repressioni. Ogni auto incendiata prepara il terreno ai Vannacci di turno. Gli antagonisti credono di combattere il sistema e invece lavorano per la sua parte più estrema.

Il Questore di Torino Massimo Gambino ha definito la Val Susa un laboratorio europeo della guerriglia urbana. Europeo: non una protesta locale degenerata, ma un campo d’addestramento internazionale. È una definizione che dovrebbe allarmare tutti, a destra e a sinistra. A questo punto i cantieri vanno blindati e difesi con tutti gli strumenti della democrazia. Non sarebbe una prova di autoritarismo, ma l’esatto contrario: la tutela dello Stato di diritto contro chi pensa di sostituire la forza alla politica. Prima che ci scappi il morto.

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