I giovani in piazza, sorpresa positiva
ITALIA. Nelle manifestazioni per la pace che hanno animato e agitato strade e piazze di molte città è stata palese la presenza di giovani e giovanissimi/e. Non è invero una novità, perché già tale protagonismo si era espresso, ad esempio, nei cosiddetti scioperi per il clima, ispirati da Greta Thunberg.
Lettura 2 min.Anzi, questi fronti paiono collegati in un’interessante logica di intersezionalità (non settorialità) delle «battaglie» politiche. Questo dato non è nemmeno solo italiano: un recente studio dell’Ispi ha documentato come tale partecipazione giovanile («la rivolta della generazione Z», «senza leader né partiti») abbia dimensioni globali. Occupandomi da decenni di formazione socio-politica, mi sono spesso imbattuto in commenti critici verso la presunta passività e indolenza politica dei giovani, liquidati come «bamboccioni» disimpegnati. Questo rigoglio di vivacità giovanile dovrebbe allora sorprenderci positivamente. Eppure spesso non è così e non mancano critiche, che reputo ingenerose, se non ingiuste. Si invocano i giovani, ma poi, quando questi - a modo loro - prendono la parola o si mettono in azione, prevalgono fastidio o paura.
Si invocano i giovani, ma poi, quando questi - a modo loro - prendono la parola o si mettono in azione, prevalgono fastidio o paura
Una prima critica che si rivolge loro è che sarebbero politicizzati. Se questo significa che si occupano di politica, ben venga. Non è forse quello che si voleva? Se invece si allude al fatto che sarebbero espressione partitica, mi chiedo: quale partito, in Italia e in Europa, sarebbe in grado di mobilitare così tanti giovani? I giovani esprimono piuttosto una sensibilità politica che coniuga un diffuso disgusto riservato ai partiti, considerati assenti e attenti solo al potere, con la disponibilità a farsi coinvolgere ed appassionare dalla concretezza delle sfide. Questo è un punto frequentemente segnalato dai sociologi: i giovani si possono interessare alla politica solo a partire da questioni che appaiono loro concrete. E, come si vede, concretezza non significa piccolo cabotaggio. Grandi questioni ideali (la pace, la giustizia e l’ambiente) hanno fortissimi legami con la concretezza quotidiana e con la carne di popoli e persone. In una Costituzione, come la nostra, che fonda la democrazia sul lavoro, i partiti non possono reclamare il monopolio della partecipazione, che si esprime nella ferialità dei rapporti sociali, economici e politici. Toccherebbe ai partiti cercare - se lo vogliono - un rapporto (non strumentale) con le istanze che vengono sollevate.
Il conflitto è una forma di partecipazione ed è il volto che il pluralismo strutturalmente manifesta, perché vi trovano voce soggettività che non hanno spazio e giustizia nell’ordine costituito
Un’altra critica (o paura) frequente è che queste proteste coverebbero la violenza. Molti si lasciano impressionare dai modi, dall’impatto forte, di queste manifestazioni e certo alcune espressioni distruttive non sono mancate, pur obiettivamente minoritarie (e sicuramente da condannare). Il punto è che non si deve confondere il «conflitto» con la «violenza». Le proteste giovanili hanno sicuramente messo in scena espressioni di conflitto, che nascono da domande di giustizia e di riconoscimento che l’attuale ordine politico-giuridico interno e internazionale evade o reprime. Il conflitto è una forma di partecipazione ed è il volto che il pluralismo strutturalmente manifesta, perché vi trovano voce soggettività che non hanno spazio e giustizia nell’ordine costituito.
La violenza, di cui la guerra è la più tragica incarnazione, è invece la negazione del conflitto: essa è il rifiuto di assumere la domanda di riconoscimento e di fare i conti con la pluralità; è la pretesa di risolvere il contrasto con la distruzione dell’alterità. Non a caso, la guerra porta a disumanizzare l’altro.
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