I Mondiali senza Italia, cosa non si fa per tornarci
MONDO. Smaltiamo subito l’argomento più pesante. Perché ai Mondiali di calcio che si aprono stasera al mitologico stadio Azteca di Città del Messico avremo l’onore - da capire se anche il piacere - di veder giocare le Nazionali di Haiti, Capo Verde, Curacao. Solo per dirne tre delle tante.
Lettura 2 min.Ma l’Italia, no. E già questo è un macigno che d’istinto ci fa dire che questi Mondiali saranno un po’ come - ogni anno per tantissimi - il Festival di Sanremo. Che a parole non lo guardiamo, ma poi, sotto sotto, quantomeno una sbirciata gliela diamo. Foss’anche solo per parlarne male con cognizione di causa. L’argomento è ancora più pesante che nelle due edizioni precedenti «bucate» dall’Italia proprio perché da quest’anno il cerchio delle partecipanti è stato portato a quota 48. Il che, per l’appunto, ha allargato il giro delle «migliori» a squadre abbastanza improbabili.
È quella smania gigantista che ha finito per travolgere la gestione Fifa di Infantino: uno che era arrivato come grande innovatore dopo l’era Blatter e sta finendo «sdraiato» nello Studio Ovale, si spera solo nel tentativo di disinnescare i potenziali danni che Trump potrebbe fare alla manifestazione. Considerando che le Nazionali atterrate in questi giorni negli Usa sono state controllate come fossero falangi di potenziali terroristi, e considerato che un arbitro Fifa in arrivo dalla Somalia è stato rimandato a casa, e considerando che l’Iran ha ottenuto i visti solo pochi giorni fa e che i biglietti già venduti ai tifosi iraniani sono stati «revocati», e considerando ogni varia ed eventuale possibile, prepariamoci. Non a snobbarlo, perché un Mondiale si guarda. Ma prepariamoci al peggio.
A goleade, che al netto di qualche episodio sono la negazione del senso di un torneo tra le «migliori».
E anche, sul piano sportivo, a partite poco significative per un bel po’. A goleade, che al netto di qualche episodio sono la negazione del senso di un torneo tra le «migliori». E a una fase finale - diciamo dagli ottavi in su - che, finalmente, sarà il «vero» Mondiale».
Ma in tutto questo, l’Italia è riuscita a non esserci. Sui perché si sono scritti oceani d’inchiostro. Il problema è che l’Italia ha perso questi Mondiali ai rigori contro la Bosnia 72 giorni fa - era il 31 marzo, quella maledetta notte - e da allora non si è fatto che parlare di nomi. Chi, tra due differenti anziani, andrà a guidare la Federcalcio. E chi, poi, andrà (o tornerà) sulla panchina della Nazionale. Il problema è che in oltre due mesi non si è minimamente discusso del tema più importante: cosa fare da qui in avanti. Ci si ferma, molto italian style, alle poltrone. Al massimo alle panchine. Analisi serie delle cause, nemmeno l’ombra. Ci si limita alle conseguenze. Fa niente se dopo la vittoria del 2006 l’Italia ha fallito i Mondiali del 2010 e quelli del 2014, e ha mancato 2018, 2022 e 2026. Quindi, a occhio, stiamo malino da una quindicina d’anni, non da due mesi.
Obbligare le squadre a schierare i giovani - dato che non ci si crede, al di là delle belle parole - può essere un’altra via. Abolire completamente gli stranieri dai vivai - che devono puntare alla crescita dei giovani, non ai titoli da vincere - può essere un’altra via.
«Tornare a vincere» è «il» traguardo, il tema è come si fa. Come si fa a tornare a «produrre» calciatori di alto livello, possibilmente campioni, magari qualche fuoriclasse. Limitare gli stranieri è una via. Obbligare le squadre a schierare i giovani - dato che non ci si crede, al di là delle belle parole - può essere un’altra via. Abolire completamente gli stranieri dai vivai - che devono puntare alla crescita dei giovani, non ai titoli da vincere - può essere un’altra via. Perché se vogliamo una Nazionale vincente occorre - non è una forma stracciona di sovranismo calcistico, ma pura logica e pragmatismo - avere giovani italiani che giocano, che trovano spazio, che trovano vie per crescere. Occorrono società che accettano l’idea che un giovane è un «valore» e non un rischio: allora forse vedremmo in campo più ventenni e meno 30enni a fine corsa, quelli che vengono ingaggiati nella pia illusione di «vincere subito».
Questo - forse - deve fare il calcio italiano se, nel 2030, vuole essere al via dei Mondiali di Spagna, Portogallo e Marocco. Altrimenti fra 4 anni saremo ancora qui a scegliere chi tifare tra Haiti, Curacao e Capo Verde. Buoni Mondiali a tutti (si fa per dire).
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