Il Piano Ue, una buona pratica per il futuro

ITALIA. Il Pnrr è finito, viva il Pnrr. Con il 30 giugno, il piano ha concluso la sua esistenza, non tutto è ben riuscito, ma resta tra le pagine migliori dell’Europa. Ha mostrato che si può fare debito comune per un destino comune, rispondendo ad una emergenza, il Covid, ma costituendo una buona pratica da applicare per un’Europa migliore e soprattutto vera.

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Se non ci fosse in giro il pericolo di tanta fuffa sovranista, potremmo costruirci sopra una grande prospettiva, visto come stanno andando le cose del mondo e che gli Usa, non solo Trump, non garantiscono più nulla, perché la Cina incombe. Se non vogliamo essere colonie degli uni o degli altri, possiamo diventare la terza potenza del mondo, primi in welfare, diritti civili e stato di diritto.

. Il dato registrato a Bruxelles segnala più ottimisticamente che l’Italia avrebbe raggiunto il 72% delle scadenze stabilite. Non siamo però affatto i primi tra 27, come dice il Governo, visto che la Francia è prima con l’83%, seguita da Danimarca, Germania, Austria e Malta. Quindi siamo sesti

L’Italia è stato il maggior destinatario di fondi, facendo man bassa sia dei prestiti a tassi molto agevolati sia di quelli a fondo perduto. Per ora, abbiamo già ricevuto 166 miliardi piovuti da Bruxelles sulla nostra economia, manca l’ultimo saldo, e comunque ci sono due mesi per rendicontare e garantire seguiti vari fino a tutto il 2026. Ma per una volta tanto non ci sono stati rinvii, se mai ben 8 rimodulazioni dei progetti e la nona in corso. Prematuro un bilancio completo, ma alcune cose si possono già dire, utilizzando la preziosa opera di informazione e monitoraggio di un ente autonomo attendibile come Open Polis. Diciamo che poteva andar complessivamente peggio e che per l’Italia ci sono luci ed ombre. Mancano i dati finali, ma l’ultima rilevazione, quella di aprile della Corte dei Conti, ha sancito che c’erano ancora 159 scadenze da raggiungere entro fine giugno, solo 11 delle quali già completate e una neppure iniziata (per capirsi: quella che l’Italia attende dai tempi di Giolitti, una relazione ferroviaria rapida fra Tirreno e Adriatico, che d’inverno chiamano ancora transiberiana). Spese complessive già fatte ad aprile: 113 miliardi ma solo il 58% formalizzato. Il dato registrato a Bruxelles segnala più ottimisticamente che l’Italia avrebbe raggiunto il 72% delle scadenze stabilite. Non siamo però affatto i primi tra 27, come dice il Governo, visto che la Francia è prima con l’83%, seguita da Danimarca, Germania, Austria e Malta. Quindi siamo sesti. Ma tenuto conto dei nostri standard storici di lentezza nell’utilizzo delle risorse europee, stiamo nettamente migliorando. Secondo Bocconi, Oecd e Ufficio parlamentare del bilancio siamo tornati a livelli di investimento pubblico che avevamo abbandonato da inizio secolo: +3,8% del Pil.

Anche Banca d’Italia ne ha preso atto nella recente relazione, misurando ben 10 punti in più di efficienza rispetto alla capacità di spesa dei fondi di coesione Ue del ciclo 2010/2020

Anche Banca d’Italia ne ha preso atto nella recente relazione, misurando ben 10 punti in più di efficienza rispetto alla capacità di spesa dei fondi di coesione Ue del ciclo 2010/2020. Ma c’è un punto sul quale neppure tutta la buona volontà del Pnrr è riuscita ad invertire una tendenza, e cioè lo sviluppo della nostra economia. O meglio: è ben misurabile ormai che se non ci fosse stato il Piano europeo con tanti miliardi, tutto l’arco di tempo del Piano e in parallelo quello del Governo formatosi dopo il 2022, avrebbe segnato una recessione o comunque una stagnazione di ben difficile recupero. Secondo le stime, in questo 2026 l’impatto sul Pil del Piano europeo dovrebbe essere compreso tra +1,8% e +2,1%.

Peccato che tutte le previsioni parlino di un massimo dello 0,6% e dunque si può affermare che il Pnrr ci ha salvato da un -1% o un -1,3%. Numeri che ci scaricherebbero definitivamente al famoso ultimo posto di crescita dopo la Grecia. Dunque, viva sempre il Pnrr, che almeno ha costretto le nostre asfittiche amministrazioni a correre (purché ora non rifiatino esauste). Ma lo scopo vero di questo piano era quello di venire in aiuto dell’Italia che non si decide a fare le riforme chiave (giustizia, scuola, sanità) perché mancano i soldi. A questo, non a rispettare soltanto termini e scadenze, doveva servire il grande impegno comunitario (che oltretutto dovremo ripagare nella larga parte non a fondo perduto). La modernizzazione vera ancora non c’è, nonostante oggettivi progressi ad esempio nella digitalizzazione in materia fiscale. Ma chissà che il lascito alla next generation Eu sia un po’ anche immateriale: più voglia di Europa.

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