Il premier facile preda
del fuoco incrociato
Passate appena ventiquattr’ore e smaltite le prime sparate propagandistiche, il compromesso raggiunto giovedì sera alla riunione dell’Eurogruppo si mostra per quello che è davvero: una vittoria di Germania e dell’Olanda, come largamente previsto, con appena qualche concessione verbale ai paesi del fronte Sud. Tanto è vero che è Conte, dopo le note di soddisfazione del ministro dell’Economia Gualtieri che trattava per l’Italia, ha dichiarato che l’esito «è insoddisfacente» e che «la battaglia continua» al Consiglio europeo del 23. Sta di fatto che gli eurobond non ci sono, e che c’è invece il Mes con le solite condizioni capestro tranne che per le spese sanitarie legate alla pandemia.
Lettura 1 min.E, quanto al Fondo comune proposto dai francesi, rimane appena un’ipotesi generica senza tempistica e senza una concretizzazione su come alimentarlo. Conte nei giorni scorsi aveva alzato la voce con i suoi colleghi ma l’Eurogruppo non lo ha ascoltato, e adesso tocca a lui un compito ancora più difficile di quello di Gualtieri: al Consiglio europeo dovrà lavorare per strappare una concessione in più (ma quale?) oppure dovrà alzarsi e andarsene, mettendo il veto. In realtà, la cosa più probabile è che si rassegni ad accettare la linea maggioritaria che fa capo come sempre all’area tedesca e all’alleato francese (sul cui ruolo all’Eurogruppo c’è più di un dubbio, per non parlare degli spagnoli).
Il problema di Conte è che in patria il compromesso dell’Eurogruppo è divenuto subito una facile preda della propaganda dell’opposizione, di Salvini e della Meloni (inusitatamente accusati per nome e cognome ieri sera in diretta tv dal Presidente del Consiglio) e oltretutto ha suscitato non pochi problemi all’interno della maggioranza, soprattutto nella minoranza grillina ostile per principio al Mes. È per questo che Conte ripete ogni volta che può che l’Italia non accederà al fondo Salva-stati nonostante che, dei vari strumenti messi in campo dalla Ue contro il Coronavirus, è proprio questo che dà la possibilità di prendersi pronta cassa 36 miliardi, pari al 2 per cento del Pil italiano. «Ma solo per gli ospedali e i tamponi, per il resto tutto come prima», continua ossessivamente a ripetere il ministro delle Finanze olandese non nascondendo la propria vittoria qualunque cosa dicano a Roma o a Parigi.
Conte poi ha un’altra grana, scoppiata improvvisamente ieri quando il capogruppo del Pd alla Camera Delrio ha lanciato la proposta di un «contributo di solidarietà» a carico dei redditi al di sopra degli 80 mila euro. A parte il «giallo» sull’origine della proposta (Zingaretti ne era a conoscenza? Il segretario nicchia, Delrio giura di sì), resta che anche questo è diventato un assist per Salvini, Meloni e Forza Italia: la «patrimoniale della sinistra» - dicono - è «la rapina ai danni di chi è già tartassato». Fortunatamente per il premier né il M5S né Italia Viva sono d’accordo con la proposta di Delrio e dunque la cosa viene definita a Palazzo Chigi «non all’orizzonte». La proposta insomma al momento si starebbe inabissando anche se in questi casi non si sa mai: in ballo c’è un miliardo e mezzo di maggiori entrate, e di questi tempi potrebbero far gola agli gnomi del Tesoro in cerca disperatamente di soldi per parare i buchi delle imprese. A proposito della ripresa, Conte non ha ascoltato la richiesta degli industriali del Nord che chiedevano la riapertura delle aziende al più presto e ha prorogato il blocco fino al 3 maggio anche se, ha detto, «è pronto a ripensarci» se ci fossero le giuste condizioni epidemiologiche. Il governo però può almeno sbandierare una scelta d’eccellenza per guidare il gruppo di lavoro che deve studiare le modalità della «Fase 2»: Vittorio Colao, manager di fama internazionale.
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