Il valore dell’industria e la politica
ITALIA. La distribuzione per settori del valore aggiunto generato in un anno nella nostra provincia restituisce in modo molto chiaro un dato: da dove proviene la ricchezza del nostro territorio.
Lettura 1 min.L’analisi del Centro studi Tagliacarne e di Unioncamere dice che quasi un terzo, all’incirca 14 miliardi di euro, deriva dall’industria. Con 12,2 miliardi seguono a ruota i servizi, che comprendono attività finanziarie e assicurative e tutto quanto supporta le imprese e pesano per il 28% sul totale. Distanziati al terzo posto, con 8 miliardi e un’incidenza del 18%, ci sono il commercio e ciò che attiene al turismo, con alloggi e ristorazione. Più indietro, con un distacco ancora maggiore, ci sono l’edilizia con 3,4 miliardi e un peso che sfiora l’8% e l’agricoltura che, pur mettendo a segno buoni risultati, è da sempre dalle nostre parti una nicchia, che vale comunque 677 milioni di euro (un punto e mezzo percentuale sul totale).
Il valore dell’industria
Avere ben chiari questi numeri è indispensabile per capire dove siamo e dove vogliamo, e possiamo, andare. Per intenderci, l’industria è fondamentale per Bergamo e non solo. Lo è per l’intero Paese e, con tutta l’attenzione necessaria per gli irrinunciabili equilibri ambientali e sociali, difenderne l’oggi e immaginarne il domani, con quello che comporta in termini di qualità del lavoro e conoscenza tecnologica, è nell’interesse di tutti.
Sul tema, l’allarme lanciato dalle pagine del nostro giornale, nell’edizione di ieri, dall’amministratore delegato del gruppo chimico Polynt, Rosario Valido, colpisce: «Gli investimenti nell’industria stanno sparendo e la battaglia per restare sul mercato la stanno vincendo in modo definitivo Cina e altri Paesi emergenti». Il manager pone questioni molto pratiche e note, come il costo dell’energia e il bisogno di reciprocità per il meccanismo degli Ets, il sistema delle quote per le emissioni di gas serra che impatta sui produttori europei ma non sui concorrenti esteri che qui importano. A monte, si chiama in causa l’assenza, purtroppo prolungata nel tempo, di politica industriale.
L’urgenza di una visione
Una latitanza denunciata una decina di giorni fa anche dall’assemblea di Federmeccanica al Kilometro Rosso. In quell’occasione è stato il presidente Simone Bettini nella sua relazione a ricordare l’urgenza di una visione: «Un Paese industriale come il nostro, deve avere una politica industriale. Prima ancora degli incentivi, deve decidere che cosa vuole continuare a produrre».
Da qui alla legge di bilancio, da poco licenziata dal governo e inviata alle Camere per essere discussa, il passo è breve. È stato calcolato che tra le pieghe di mance e mancette, bonus e agevolazioni varie, ci siano all’attivo delle italiche finanze qualcosa come 625 voci che valgono 110 miliardi di euro. Non proprio bruscolini. Ecco, mettere mano alla spesa pubblica con un po’ di coraggio (e impopolarità) e investire, oltre che sull’irrinunciabile Servizio sanitario nazionale, sul futuro del Paese mettendo al centro la scuola e un disegno di economia che abbia in primo piano l’industria (nel contesto europeo) sarebbe auspicabile. Lo si dice non da oggi. Non si può rinunciare a ripeterlo con forza.
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