Innovazione e risparmio sfida giovani e anziani
MONDO. Ci siamo dannati in tutti questi anni per trovare una soluzione al calo di produttività che condanna l’Italia a essere nella crescita il fanalino di coda dell’Europa.
Lettura 2 min.La produzione industriale è calata negli ultimi 25 anni del 23% e, nell’ultimo Economic Outlook, l’Ocse prevede nel 2027 un aumento dello 0,6% di Pil contro l’1,2% dell’Eurozona. Siamo gli ultimi tra i Paesi cosiddetti industrializzati. Certo, giocano fattori che la Commissione Europea indentifica nei prezzi dell’energia, il crollo della fiducia di famiglie e imprese, gli investimenti più deboli e l’effetto della crisi sui conti pubblici , ma è all’Italia che le cose vanno peggio. Daniel Kral dell’Oxford Economics prende il declino italiano a modello per preconizzare il decadimento dell’industria tedesca.
La struttura industriale in Germania ha manifestato i primi segni di cedimento con la guerra in Ucraina, ma per l’Italia il processo è in atto dagli anni Novanta e prende evidenza a partire dalla crisi finanziaria del 2009. Per gli economisti, in questa stagione di deflagrazione del sistema produttivo tradizionale, l’Italia diventa un modello di riferimento in negativo. Complici i salari da fame che attanagliano una buona fetta della popolazione e una retribuzione media tra le più basse nel mondo occidentale, soprattutto in quei settori strategici come la sanità, la ricerca, la scuola, l’innovazione, le start up, il Paese comincia a prendere coscienza del problema. Ed è importante perché il declino italiano è legato più a fattori demografico-culturali che strettamente produttivi.
Una recente indagine del Centro studi Tagliacarne presentata alla Conferenza nazionale delle Camere di commercio a Paestum ai primi di giugno, stabilisce che le aziende in grado di attrarre e valorizzare talenti al di sotto dei 35 anni di età realizzano un più 7,2% di produttività. A sua volta l’Istat registra che le imprese con più giovani mostrano una crescita del fatturato e dell’occupazione superiore di 1,5 punti percentuali. Ma la notizia chiave sta nel fatto che fino ai 36 anni di media l’occupato vuole fare innovazione di processo, passa poi a quella di prodotto fino ai 42. Dopo questa età, l’entusiasmo cala; si registra una diminuzione vistosa e più il tempo avanza maggiore è la flessione. Domanda: qual è la composizione attuale della forza lavoro nelle imprese in Italia? La risposta la fornisce la ricerca stessa: il 60% delle imprese italiane dispone di forza lavoro che ha già superato la soglia anagrafica critica, quella che dà forza all’innovazione. Manca lo stimolo e si temono i sacrifici.
Le società anziane tendono quindi a non innovare ma hanno un vantaggio: risparmiano.Dal 2019 al settembre 2025 si è accresciuto in Italia il patrimonio attraverso strumenti finanziari di oltre 1.400 miliardi di euro, per arrivare a oltre 6.000 miliardi complessivi. E questo spiega il dinamismo del settore finanziario. Le maggiori banche nel continente si registrano in Spagna, in Francia e adesso anche in Italia. Fa eccezione la Germania che ha avuto il modello cosiddetto renano, per il quale le banche dovevano sostenere le attività produttive e non quelle della speculazione finanziaria. Solo Deutsche Bank aveva osato andare oltre con la finanza dei derivati ma ancora oggi si lecca le ferite. Il settore in Germania è vulnerabile e questo spiega l’attivismo di Unicredit con Commerzbank.
Ma i tedeschi risparmiano come tutte le società in calo demografico. Sono campioni mondiali del risparmio con diecimila miliardi di euro di patrimonio. Il vecchio mondo dell’industria pesante sta lasciando il posto, sotto i nostri occhi, a un nuovo mondo fatto di enzimi artificiali, materie plastiche e intelligenza artificiale. Uno choc e una sfida. Ma le nazioni anziane godono di un vantaggio, del quale i pionieri/avventurieri della rivoluzione cibernetica potrebbero godere: hanno esperienza e possono essere sagge. La sfida dei governi è tutta qua e l’Europa ha le sue carte da giocare.
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