La casa è questione politica

IN SPAGNA. In Spagna la crisi della casa ha smesso di essere una questione immobiliare e sociale ed è diventata una questione politica. Forse dovremmo osservare quello che accade da quelle parti con un po’ più di attenzione.

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L’origine delle manifestazioni che hanno infiammato la terra di Cervantes ha il volto di una donna di 87 anni, Maricarmen Abascal, sfrattata dalla sua abitazione di Madrid dopo che la società proprietaria aveva portato il canone da 450 a 2.650 euro al mese, poi ridotti a 1.650. Il suo caso ha scatenato proteste in tutto il Paese al grido di «Vivienda», ovvero «dimora». Il governo socialista di Pedro Sánchez ha tentato di correre ai ripari con due decreti per rafforzare le tutele degli inquilini e limitare alcune forme di speculazione immobiliare. Il Parlamento li ha bocciati e ora persino la sopravvivenza politica del governo, che ha promosso elezioni anticipate, potrebbe dipendere dalla questione abitativa.

I parallelismi con l’Italia

È una storia solo spagnola? O potrebbe contagiare anche l’Italia? Il nostro Paese è ancora lontano dalla temperatura sociale raggiunta in Spagna, ma il meccanismo economico che in terra iberica ha fatto salire la pressione è lo stesso. Anche nelle nostre città gli affitti sono aumentati molto più rapidamente dei redditi. Il problema riguarda soprattutto chi ha meno strumenti per difendersi: giovani, anziani, lavoratori fuori sede, famiglie monoreddito e studenti universitari, costretti in molti casi a spendere cifre che una generazione fa sarebbero sembrate assurde per una stanza, magari con cucina e bagno condivisi. È qui che il mercato immobiliare incrocia la trasformazione finanziaria delle nostre città. La casa non è più soltanto il luogo dove vivere. È diventata un asset. Fondi, società immobiliari e investitori comprano edifici, li ristrutturano, li valorizzano e cercano rendimenti coerenti con quelli richiesti dal capitale internazionale. Oppure li tengono a bilancio come se fossero obbligazioni o titoli di Stato. Non c’è niente di illegale. Ma il risultato collettivo può essere devastante: ciò che per un fondo è un investimento, per una famiglia rimane il tetto sopra la testa.

. Il governo italiano ha varato un Piano Casa che indica fra i destinatari giovani, studenti, lavoratori fuori sede, coppie e anziani e punta sull’edilizia sociale, sul recupero degli immobili pubblici e sugli affitti calmierati

A questo si aggiungono gli affitti brevi, che nelle città turistiche sottraggono una parte dell’offerta al mercato residenziale. Se una casa rende di più affittata per tre notti a un turista che per un mese a un insegnante, il proprietario farà una scelta perfettamente razionale. Il problema è che sommando migliaia di scelte razionali individuali si può ottenere un risultato socialmente irrazionale: città dove chi lavora non riesce più ad abitare. Il governo italiano ha varato un Piano Casa che indica fra i destinatari giovani, studenti, lavoratori fuori sede, coppie e anziani e punta sull’edilizia sociale, sul recupero degli immobili pubblici e sugli affitti calmierati. Il decreto ha previsto anche un Fondo housing da 100 milioni di euro. Sono interventi utili, ma la distanza rispetto alle dimensioni del problema rimane evidente.Il paragone storico può apparire impietoso. Il Piano Ina-Casa voluto da Amintore Fanfani nel 1949 produsse circa 355mila alloggi entro il 1963. Non era soltanto una politica edilizia: era politica industriale, occupazionale e sociale. La lezione spagnola è proprio questa. La casa resta per anni una questione privata: il contratto d’affitto, il mutuo, lo sfratto, la stanza dello studente. Poi, improvvisamente, diventa politica. Perché quando un’intera generazione scopre che lavorare non basta più per permettersi di vivere nella città dove lavora, non siamo più davanti a un problema immobiliare. Siamo davanti a una frattura sociale. La Spagna forse ci sta soltanto mostrando in anticipo ciò che può accadere anche qui.

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