La cultura dei territori, un fattore di sviluppo

ITALIA. Che cosa può fare la linguistica per un territorio? Molto più di quanto si immagini. Perché una comunità vive anzitutto attraverso le parole con cui racconta se stessa, tramanda la propria storia, interpreta il presente e immagina il futuro.

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È anche per questo che la scelta di portare, il 18 e 19 luglio, la IX edizione del Festival Treccani della lingua italiana nei borghi dell’Alta Valle Seriana assume un significato che va ben oltre il valore del singolo appuntamento. Non è soltanto un grande evento culturale ospitato fuori dai principali centri urbani: è il riconoscimento che anche i territori più piccoli possono essere luoghi nei quali si produce cultura e si costruisce pensiero. È un segnale che merita attenzione. Per molti anni abbiamo immaginato la cultura come un patrimonio destinato a concentrarsi nelle metropoli, nelle grandi università, nei teatri e nei centri di ricerca. Ai borghi sembrava spettare soprattutto il compito di custodire la memoria. Oggi emerge invece una prospettiva diversa: la qualità di un territorio non dipende dalla sua dimensione, ma dalla sua capacità di generare relazioni, ospitare idee e mettere in dialogo persone, istituzioni e competenze.

Parola che richiama incontro: il dialogo

Non è un caso che il tema scelto per questa edizione sia il dialogo. Una parola che richiama l’incontro fra discipline e generazioni, ma che descrive anche il rapporto che un territorio sa instaurare con chi lo visita. Ogni comunità parla attraverso il proprio patrimonio artistico, il paesaggio, le tradizioni, i dialetti, i nomi dei luoghi. La lingua è il filo invisibile che tiene insieme tutto questo e trasforma uno spazio geografico in una comunità. La provincia di Bergamo possiede un patrimonio straordinario, che non si esaurisce nella montagna. Pianura, lago, città, vallate, borghi storici, musei diffusi, imprese, tradizioni manifatturiere ed eccellenze agroalimentari costituiscono un capitale territoriale unico. Un patrimonio fatto non soltanto di risorse materiali, ma anche di cultura, formazione, ricerca, creatività e capacità di costruire relazioni. È proprio questa dimensione immateriale a rendere oggi un territorio riconoscibile e competitivo. Negli ultimi anni si è giustamente investito sul turismo naturalistico, sportivo ed enogastronomico. Ma il visitatore contemporaneo cerca sempre più esperienze autentiche, occasioni di conoscenza, luoghi capaci di raccontarsi. È qui che la cultura può diventare un vero fattore di sviluppo. Non come semplice successione di eventi, ma come infrastruttura permanente: festival, incontri, laboratori, scuole estive e momenti di confronto che rafforzano l’identità delle comunità, attraggono un turismo qualificato, sostengono l’economia locale e contrastano lo spopolamento delle aree interne.

Fare della cultura un capitale territoriale

Per Bergamo questa potrebbe diventare una scelta strategica: fare della cultura uno degli assi del proprio capitale territoriale, integrandola con l’industria, il turismo, l’agricoltura e l’artigianato. Perché i nostri borghi non chiedono di essere trasformati in cartoline. Chiedono di continuare a essere comunità vive, capaci di produrre idee, conoscenza e relazioni. Scriveva Tullio De Mauro: «Non vi è storia culturale e intellettuale di una società o di un gruppo che non ne sia, insieme, storia dei modi espressivi linguistici. E la storia linguistica si confonde e fonde con la storia culturale». È difficile immaginare una conclusione più attuale. Se la lingua è il primo patrimonio immateriale di una comunità, investire nella cultura significa investire nella capacità di un territorio di raccontarsi, di farsi conoscere e di costruire il proprio futuro. Perché i territori più forti non sono soltanto quelli che hanno molto da mostrare, ma quelli che hanno qualcosa da dire.

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