La lezione del Pnrr e le formule da cambiare

ITALIA. Mutuando il titolo di un pungente libro di tre anni fa di Dario Ferrari (dedicato a ben altro tema), «La ricreazione è finita». Questo in sintesi il senso della puntata bergamasca di Tommaso Foti, ministro per gli Affari europei, le politiche di coesione e il Pnrr.

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Al netto di un’attitudine squisitamente politica nel glissare con eleganza di fronte ai punti più caldi del Pnrr, su tutti un effettivo rendiconto della situazione e una sostanziale conferma del fatto che (in un modo o nell’altro) i fondi siano garantiti, il messaggio è stato abbastanza chiaro: non si lascia indietro nessuno anche se la scadenza del 30 giugno è qui, a maggior ragione chi comunque ha fatto il possibile. Ma soprattutto, una volta terminate le infrastrutture il compito di farle funzionare spetta agli enti locali, perché il Piano nazionale di ripresa e resilienza è una sorta di atto unico, l’eccezione e non la regola. E meno male, verrebbe da dire, visto le circostanze tragiche dalle quali ha preso le mosse.

Insomma, finita la fase della ripresa (dei cantieri) comincia davvero quella della resilienza, del sapersi adattare a un quadro decisamente mutato che comporta anche la ricerca di nuove ed efficaci modalità di gestione. L’Italia ora punta alla liquidazione della decima rata di 28,4 miliardi di euro, finora ne ha ricevuti 166 serviti a finanziare oltre 660 mila progetti, 100mila ancora da chiudere. Per il Financial Times, mai particolarmente tenero nei confronti del Belpaese, il bilancio del Pnrr è comunque negativo («Un fallimento» testualmente) vista la bassissima (tra le più basse in Europa) crescita del Pil e un rapporto con un debito pubblico in costante aumento. Comunque, e lo ammette lo stesso Ft, senza quei fondi il Paese sarebbe finito in recessione praticamente da subito. E probabilmente è un’amara verità.

L’Italia ora punta alla liquidazione della decima rata di 28,4 miliardi di euro, finora ne ha ricevuti 166 serviti a finanziare oltre 660 mila progetti, 100mila ancora da chiudere

Resta il fatto che, nel bene e nel male, il Pnrr ha lasciato il segno nel Paese: in talune parti è stato preso come una reale occasione di ripartenza e modernizzazione, in altre è diventato l’ennesima occasione persa. Nulla di nuovo, purtroppo: l’andamento generale del fondi europei da sempre è la fotografia di un Paese che si muove a due (o più) velocità e il bilancio del Pnrr non fa eccezione.

fatte (chi più, chi meno) le nuove infrastrutture adesso bisogna pensare a farle funzionare e sullo Stato non c’è molto da contare

Ora però comincia una nuova partita che l’intervento di Foti ha messo bene in evidenza: fatte (chi più, chi meno) le nuove infrastrutture adesso bisogna pensare a farle funzionare e sullo Stato non c’è molto da contare. Il Pnrr ha per propria natura caratteristiche eccezionali, l’ordinario rientra nella sfera delle amministrazioni locali. Vero sì, ma fino a un certo punto: per esempio nel caso della linea T2 del tram è chiaro che ci si aspetta un segnale - forte - da parte della Regione, ma la questione del trasporto pubblico locale è anche nazionale, prova ne è il fatto che lo Stato versa ogni anno il 57% del costo dei servizi del Tpl in Lombardia, percentuale tra l’altro ben inferiore ad altre parti del Paese.

Quindi appare francamente difficile chiamarsi fuori a prescindere, anche se le parole di Foti hanno un fondo di verità: nel senso, banale quanto si vuole ma vero, che una volta realizzate strade e ferrovie queste vanno mantenute e fatte funzionare. Il che per esempio sposta l’obiettivo anche sull’esplosiva questione del costo, tipologia e di conseguenza qualità del servizio che, per quanto si continui ad eludere, prima o poi piomberà sui tavoli di tutti e in modo anche fragoroso. In sintesi, se la coperta è corta bisognerà prima o poi fare delle scelte, necessariamente impopolari.

Ma il discorso vale anche per gli spazi fisici, museali, residenziali ed espositivi realizzati con i fondi del Pnrr: senza idee innovative ed economicamente sostenibili rischiano di diventare dei contenitori primi di contenuto, occasioni perse e non strumenti di rilancio. Il Pnrr alla fine, con tutte le sue contraddizioni e dubbi, una cosa dovrebbe avercela insegnata: non si può continuare ad affrontare problemi nuovi con soluzioni vecchie. E soprattutto senza una visione reale delle cose.

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