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ITALIA. Sulla nuova legge di Bilancio si può dire che è mediocre rispetto alla grandezza dei problemi di finanza statale, e velleitaria nella ricerca di piccolo consenso, ma per lo meno non scassa i conti pubblici.
Lettura 2 min.Non è poco, in un anno elettorale. Il ministro Giorgetti, nella settimana in cui è passato all’opposizione dentro la Lega, ha confermato senso di responsabilità. Lo ha aiutato l’Istat, invece nervosamente criticato dalla premier, che con quello 0,1% ha impedito di usare più di tanto la spesa pubblica, che già viaggia verso 1.200 miliardi.
Il freno viene peraltro dalle regole europee. La stessa Europa matrigna è anche l’Europa benevola che ti offre la possibilità di usare 14 miliardi su 26 in deroga, per energia e difesa, quest’ultima senza fondi nazionali ma accompagnata dalla solita demagogia di Conte che ne nega l’urgenza, come se il mondo fosse in pace. Con l’aggravante che sanità e cultura sono trascurate, la manovra vera e propria è pertanto di 12 miliardi, robetta rispetto alla lista della spesa della maggioranza con i suoi desideri.
A coprire quasi metà della cifra dovranno provvedere banche e assicurazioni ma i destinatari denunciano la violazione dell’accordo per 10 miliardi siglato lo scorso anno. Difficile pensare che quei soldi non escano alla fine dalle tasche di correntisti e assicurati.
Per capire l’inezia di cui parliamo basti ricordare che la spesa per interessi sul debito prevista nel 2026 è di 96,9 miliardi (sopra 100 nel 2027) e che sono 40 miliardi il residuo dei bonus edilizi. Un altro raffronto? Il fiscal drag si porterà via nel 27 ben 8 miliardi (ti do, ti porto via). Aggiungiamo che i soli debiti Ilva sono 8 miliardi, e - se l’impianto chiude - emergeranno a carico di tutti noi, prima che forse qualcuno si accolli (spendendo un euro) il rilancio di quel che resta a Taranto.
Cosa c’è, comunque, dentro quei 12 miliardi? Una sola cosa importante: la riduzione Irpef per il ceto medio, ma è diventata al massimo 500 euro per chi ne guadagna 50mila e più. Le altre sono velleità di tante esigenze più da catalogare che da risolvere. Un esempio. Il Governo dice: abbiamo pensato ai giovani, e in effetti gli under 35 pagheranno solo l’1% dell’incremento salariale conseguito. Attenzione: non su tutto lo stipendio, ma solo sulla parte incrementale. Col risultato però che due lavoratori con lo stesso reddito pagheranno un’Irpef diversa a seconda del contratto. In prospettiva non vi sarà più un’aliquota ma un’infinità di aliquote ad personam. Un caos probabilmente anticostituzionale.
Anche la flat tax fino a 100mila euro per gli autonomi è fonte di disuguaglianze, perché a parità di reddito un autonomo risparmierà molto rispetto ad un dipendente. E poi c’è la finta vittoria di Salvini che sì, è vero, ottiene lo scalpo della pensione a 64 anni, ma non è affatto lo smantellamento della Fornero (annunciata più della fine della guerra in Iran da Trump), e non si dice che sarà a pagamento (almeno il 10% di pensione in meno). Ma soprattutto è sottofinanziata, vale un anno e prende i soldi dalla riduzione degli adeguamenti delle pensioni del ceto medio! Un capolavoro.
Bella cosa aver pensato ai neonati versando per loro 100 euro (all’anno). È copiata dalla Germania che l’ha varata con 120 euro, e si calcola che a 65 anni possa restituire (al 7% composto, mica poco) circa 53mila euro (ma cosa varranno a fine secolo?). È un incentivo per versamenti aggiuntivi della famiglia e sta bene, ma è la prova provata che non si può far affidamento sulle pensioni future. Buona l’idea di incentivare i proprietari di casa ad affittare ai giovani pagando solo l’1%, ma cosa significa canone concordato al ribasso e a quali livelli di reddito la norma verrà applicata? Già, perché molte delle norme annunciate richiedono chiarimenti e regolamenti rinviati nel tempo o con validità solo nel 2027, e quindi occorrerà davvero attendere la fase applicativa. Per ora, accontentiamoci di ascoltare inni di gloria e ingiurie da talk, tra lo scetticismo dei cittadini.
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