Le regole istituzionali da conoscere e rispettare. La sfida sia sui contenuti
ITALIA. Era il 2013. I risultati elettorali avevano portato in Parlamento i candidati del Movimento 5 Stelle. Il loro ingresso nella «stanza dei bottoni» (secondo la famosa frase di Pietro Nenni quando il Psi entrò al Governo) non fu una sorpresa, ma piuttosto il segnale di un sistema politico ridotto in stracci dal cataclisma di «Mani pulite».
Lettura 1 min.L’onda dell’insoddisfazione di larga parte dei cittadini - creata dallo sdegno popolare - si tradusse nelle elezioni in un’inopinata ascesa di una forza politica che raccoglieva consensi tra le fasce più diverse per radici politiche e culturali.
Nello scardinamento degli equilibri di 50 anni di vita politica, fondata sui partiti tradizionali, il movimento guidato da Beppe Grillo si trovò nelle condizioni di portare in Parlamento anche persone del tutto inadeguate al compito istituzionale. Per rendere pittoresca quella ventata di novità trovò uno sbocco mediatico inusuale. Con allegra modalità narrativa il leader del movimento ebbe tra gli slogan quello, infelicissimo sul piano dell’etica politica e civile, di aprire Camera e Senato come scatolette.
In questo clima arroventato, un gruppo di neo senatori chiese a un professore universitario e a una sua assistente di tenere alcuni incontri di formazione sull’ordinamento della Repubblica. Obiettivo ragionevole, che nasceva come legittimo auspicio di un disegno di cambiamento radicale del ceto politico. L’impatto del progetto divenuto operativo oltre vent’anni fa ebbe probabilmente alcuni effetti positivi, ma - come è emerso - la radice populista e antistituzionale dei 5 Stelle è dura a scomparire. Si appalesa come una sorta di malattia genetica, che può essere affrontata ma raramente risolta sul piano clinico. Non mancano nel movimento politici di valore, ma - lo si scopre di volta in volta - è carente il sostrato di conoscenza (e di accettazione) del ruolo istituzionale dei parlamentari. Semplificando al massimo, è lecito ricordare che l’uso dell’insulto personale e dello slogan feroce non fanno altro che terra bruciata fra i cittadini e le istituzioni.
È difficile ridurre il caso a pura sbadataggine. Più semplice - e più aderente al vero - è dedurne un’assoluta insipienza delle regole istituzionali. L’avversario politico (nel caso la premier Meloni) va combattuto, e magari battuto, sui contenuti e sulle scelte peregrine dell’esecutivo. Con un programma di problemi e soluzioni alternative alla politica del Governo. È evidente che le forze politiche dovrebbero saper selezionare con maggiore acutezza i loro rappresentanti. Altrimenti il rischio di scivolamenti è molto alto. Si pensi, ad esempio, al generale Vannacci, che ha messo sul terreno del dibattito un calendario terrificante di luoghi comuni, di volgarità lessicale e di contenuti. Una specie di spina nel fianco della destra al governo. Le sciagurate parole utilizzate dall’onorevole Silvestri contro la presidente del Consiglio sono un esempio di volgarità che ha ottenuto - come unico risultato - un regalo prezioso alla controparte politica, guidata da Meloni. Silvestri ha - su questo specifico argomento - il solo, triste risultato di aver preceduto il campione mondiale dell’insulto gratuito, dell’insofferenza nei riguardi del pensiero altrui, Donald Trump.
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