L’estate mite è un ricordo. I rimedi? Sulla carta

ITALIA. Il settimanale americano «New Yorker» ha dedicato la sua ultima storia di copertina al nostro continente. Il titolo, inequivocabile, è: «La fine dell’estate europea».

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Il reportage, firmato dal sociologo esperto di politiche urbane Eric Klinenberg, prende spunto dalle temperature eccezionali che quest’anno hanno segnato tutte le più grandi città europee e analizza le contromisure prese in particolare a Milano, Barcellona e Parigi per reagire alle ondate di calore. Il punto di partenza di Klinenberg è quello che ciascuno di noi, quest’estate, ha patito sulla sua pelle. Klinenberg scrive che dobbiamo rassegnarci al tramonto dell’idea tradizionale dell’estate europea, quella del caldo piacevole, degli interminabili pomeriggi all’aperto in compagnia, delle vacanze al fresco in montagna e delle lunghe tintarelle in spiaggia. Quella delle case senza condizionatore e delle sedie portate in strada per l’immancabile chiacchierata di vicinato. Come non dargli ragione? L’acqua del Mediterraneo, per esempio, è arrivata a superare addirittura i 30 gradi; ai duemila metri di Cervinia le massime hanno superato i 20 gradi e allo Stelvio (2700 metri), per la prima volta, è stata chiusa la pista da sci estivo; in città, nei nostri paesi (anche in montagna, dove la media ai 1500 metri è stata di 24 gradi) per diverse ore del giorno le strade sono deserte, le tapparelle abbassate, i cortili e i parchi desolatamente vuoti; le notti tropicali (e insonni, per chi non può permettersi un condizionatore) sono ormai la normalità; i centri commerciali sono diventati il miglior alleato di chi cerca un po’ di refrigerio tra le isole di asfalto rovente.

Il rovescio della medaglia

Eccolo il cambiamento climatico: non più o non solo serie statistiche e dibattiti in tv, ma mutamenti radicali di abitudini di vita. Il rovescio della medaglia l’abbiamo visto giovedì scorso, quando una quantità d’acqua eccezionale è piovuta in pochissimo tempo sulle Alte Orobie, trasformando le placide cascatelle che normalmente ornano le pareti di granito e calcare sopra Branzi e Valbondione in furiose spirali di fango che hanno spaventato anche chi, quelle montagne, le frequenta da anni. Come il gestore del rifugio Brunone, Marco Brignoli, che al nostro giornale ha detto che «la natura così arrabbiata non l’avevo mai vista prima».

Essenziale puntare sull’adattamento

Per Klinenberg non basta cercare di fermare il riscaldamento climatico. Essenziale è puntare sull’adattamento. Come? La ricetta è ormai nota: contro il caldo, più alberi e foreste urbane, strade liberate dall’asfalto e trasformate in spazi verdi, piazze e aree pubbliche progettate per offrire ombra e refrigerio, «rifugi climatici» per proteggere le persone durante le ondate di calore, utilizzo dell’acqua per raffrescare e irrigare gli spazi urbani, trasformazione di scuole e altri edifici pubblici in luoghi più freschi. Invece per fronteggiare siccità e alluvioni, oltre all’indispensabile manutenzione dei fronti di frana, dei canali di scolo e dei letti dei fiumi, la realizzazione di un sistema diffuso di bacini dove raccogliere l’acqua in eccesso, per trattenerla e poi sfruttarla nei periodi di secca.

Le soluzioni continuamente rimandate

Sembra tutto molto logico e lineare, eppure l’argomento è relegato a fondo classifica del dibattito pubblico, dove al riguardo prevale ancora, purtroppo, un’impostazione fatalista. Detto in altri termini: l’atteggiamento dominante è quello di chi rimanda ad altri la soluzione a un problema che viene percepito come inevitabile, se non addirittura passeggero, o peggio, inesistente («è sempre stato così»). Il dibattito sul clima e soprattutto sulle possibili soluzioni per frenare la tendenza al riscaldamento e per l’adattamento alle nuove condizioni, appassiona poco, non paga politicamente. Lo ha ricordato pochi giorni fa anche il filosofo Mauro Ceruti in un’intervista al nostro giornale: «Il paradosso del nostro tempo è che più si evidenzia la crisi climatica più questa viene negata». Secondo: le risorse. Ormai quasi tre anni fa il governo approvava il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, un elenco di 361 obiettivi specifici per proteggere aree urbane, coste, agricoltura e risorse idriche. Peccato che sia rimasto quasi integralmente sulla carta, perché si tratta di un mero atto di indirizzo, senza decreti attuativi e senza linee di finanziamento (per l’Unione europea servirebbero 10 miliardi di euro l’anno). Certo, non mancano esempi virtuosi: a Bergamo città, per esempio, grazie a un finanziamento del ministero dell’Ambiente, l’intervento per trasformare via Ghislandi da isola di calore in rifugio climatico (attraverso alberi, aiuole, riduzione della superficie impermeabile…).

Ma la mancanza di una regia superiore, che garantisca un’azione efficace e coordinata del sistema-Paese, è più di una semplice impressione. Così come una certezza è quella di essere, con colpevole indolenza, all’inseguimento di un cambiamento che ha innestato una marcia molto veloce, decisamente troppo rispetto alle nostre limitate capacità di comprensione e di reazione.

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