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ITALIA. Alla Camera passa la risoluzione di maggioranza che approva l’indicazione del ministro dell’Economia Giorgetti di chiedere alla Commissione europea l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale che consente uno scostamento dei conti pubblici dai paletti del Patto di stabilità.
Lettura 2 min.Sembra complicato, ma la sostanza vuol dire che vogliamo spendere 14 miliardi in più per l’energia e 21 miliardi in più per il riarmo sulla base degli impegni che abbiamo assunto in sede Nato senza che questo incida sul nostro rapporto deficit-Pil. È superfluo ricordare che Giorgetti è uno dei capi della Lega, il partito che con Salvini ha scelto una linea sempre critica sull’appoggio all’Ucraina, sulle spese militari, sull’organizzazione difensiva rispetto alla minaccia russa.
E tuttavia in questa circostanza, in cui il Parlamento consente al governo la più importante spesa in armi dalla nascita della Repubblica, la consueta protesta della Lega si è sentita flebilmente: finora Salvini non rinunciava a dire la sua in aperto contrasto con Meloni e Tajani, salvo poi votare disciplinatamente con il resto della coalizione. Insomma sventolava la bandiera ma non ne faceva seguire alcun effetto pratico. Ebbene, questa volta è bastata una breve trattativa sui fondi Safe e il centrodestra ha potuto esibire la sua compattezza rispetto al caos che invece si è prodotto nel campo largo.
È successo infatti che il documento redatto per l’occasione da Provenzano (Pd), Conte (M5S) e Fratoianni (AVS) ricalcava sostanzialmente la linea dei grillini e della sinistra radicale: rifiuto totale della nuova spesa per le armi e richiesta di ridiscutere gli accordi in sede Nato per destinare i fondi concessi dalla flessibilità di bilancio alla sanità, alla scuola, alla povertà, ecc. Non stupisce che Provenzano abbia firmato quel documento: il responsabile Esteri del Pd la pensa esattamente come Conte e Fratoianni e rende esplicita l’opinione che Elly Schlein per prudenza non esprime se non con lunghi giri di parole.
Il risultato di questo documento è stata la rivolta dei «riformisti» del Pd (Sensi, Guerini, Quartapelle, Malpezzi, ecc.) che hanno chiesto più volte di modificare il testo minacciando di non votarlo. Niente da fare, gli estensori non hanno preso in considerazione le proteste: in Transatlantico tutti hanno commentato che ancora una volta la linea l’ha data Conte, trasformando il campo largo in una coalizione di pacifismo radicale che si rivela filo-russo in quanto non riconosce nella Russia di Putin una concreta minaccia all’Europa e all’Italia. Naturalmente Conte si è schermito, ha negato di aver imposto la sua linea e si è messo ad aspettare il voto che avrebbe significato la rottura nel Pd tra la segreteria e i riformisti. Che però, per fortuna dei democratici non è avvenuta perché la presidenza della Camera, dopo l’approvazione della mozione della maggioranza, non lo ha messo ai voti.
Ma lo strascico rischia di diventare sempre più polemico: c’è tutta una zona del partito che non si riconosce in Schlein perché le contesta la subordinazione ai voleri di Conte, il vero dominus del «campo» pur avendo la metà dei voti del Pd. C’è da capire, anche alla luce di questa vicenda non secondaria, come si procederà per la scelta del candidato premier. Si sta giocando un po’ al rimpiattino e le mille furbizie non riescono a nascondere la sostanza: sia Conte che Schlein vogliono fortemente correre per la presidenza del Consiglio in una gara che, in qualunque modo vada, ne definirà la leadership sull’alleanza dei «progressisti» (a farci caso nessuno lo chiama più centrosinistra).
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