Ma dietro ogni robot c’è un uomo

MONDO. Gli Open Labs hanno rappresentato una delle immagini più interessanti e dinamiche della Bergamo produttiva degli ultimi anni.

Lettura 1 min.

Per qualche giorno la provincia ha provato a raccontare sé stessa non come periferia industriale del Paese, ma come uno dei luoghi in cui il futuro viene progettato, sperimentato e costruito. È un fatto positivo. La Bergamasca continua a essere una delle locomotive manifatturiere del Paese.

Non vive di rendita su una tradizione industriale costruita nel Novecento, ma si misura con le trasformazioni tecnologiche del nuovo secolo. Gli Open Labs hanno avuto il merito di rendere visibile questo sforzo. Tutto bene, dunque? Non proprio. Perché ho avuto la sensazione che di tutto questo futuro che si rappresentava l’unica protagonista fosse la tecnologia, mentre il lavoro scompariva. Ovunque si parlava di innovazione. Molto meno si parlava delle donne e degli uomini che dovranno convivere con questa innovazione.

Ci affascinano gli algoritmi, l’IA, la velocità dei processi. Molto meno ciò che accade alle persone dentro questi processi. Ma ogni innovazione produce conseguenze sociali, modifica rapporti di lavoro, distribuzione del potere, organizzazione dei tempi, competenze richieste e prospettive occupazionali. Non esiste una tecnologia neutrale che si limiti a funzionare da

Ci affascinano gli algoritmi, l’IA, la velocità dei processi. Molto meno ciò che accade alle persone dentro questi processi

sola. Qualcuno dovrà programmarla, controllarla, integrarla nei processi aziendali. Qualcuno dovrà essere formato. Qualcuno dovrà affrontare la riconversione professionale. Qualcuno rischierà di vedere modificata la propria mansione. Qualcuno potrebbe essere espulso dai cicli produttivi se non verranno costruiti adeguati strumenti di accompagnamento. Dietro ogni robot c’è sempre un lavoratore. L’assenza più evidente agli Open Labs non è stata tecnologica. È stata umana. È mancato il lavoro organizzato.

In una manifestazione che intendeva raccontare il futuro produttivo, la rappresentanza del lavoro avrebbe dovuto occupare uno spazio importante, come soggetto capace di porre le domande fondamentali. Che qualità del lavoro produrranno le innovazioni? Quali investimenti verranno destinati alla formazione continua? Come saranno redistribuiti gli incrementi di produttività? Quali strumenti accompagneranno i lavoratori più esposti ai cambiamenti? Come si governerà il rapporto tra automazione e occupazione?Sono interrogativi che non rallentano l’innovazione, ma la rendono più solida e più sostenibile. T

roppo spesso in Italia si continua a immaginare una contrapposizione artificiale tra innovazione e rappresentanza sociale. Come se l’impresa dovesse occuparsi delle macchine e il sindacato soltanto dei contratti. Non sono mondi separati. Oggi le questioni tecnologiche sono già in se stesse questioni sindacali. Bergamo ha una lunga cultura industriale. Sa che il successo di un territorio non nasce solo dagli investimenti o dalle tecnologie, ma anche dalla qualità delle relazioni sociali che accompagnano lo sviluppo. Le grandi stagioni di crescita della provincia sono state rese possibili dall’incontro, spesso conflittuale ma sempre decisivo, tra imprenditori, lavoratori, istituzioni e sindacati. Dimenticarlo significa rischiare una narrazione monca. Gli Open Labs hanno mostrato una provincia che innova. Adesso serve mostrare una provincia che riflette anche sulle conseguenze umane dell’innovazione. Perché il punto non è costruire macchine più intelligenti ma un lavoro migliore.

© RIPRODUZIONE RISERVATA