Matematica, quando era esperienza si imparava

ITALIA. La mia maestra delle elementari, frequentate ahimè negli anni Sessanta, non disponeva di lavagne interattive o tablet. Aveva però una scatola di mattoncini, e quando non bastavano convocava la frutta: mele, pere, ciliegie.

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Le equivalenze non erano un’oscura migrazione di zeri da una parte all’altra della virgola, ma un trasloco concreto. Un chilo diventava dieci etti, un metro cento centimetri, e noi lo vedevamo accadere sul banco. Inoltre non bisognava confondere le pere con le mele. Prima con le mani, poi con la testa. Disponeva anche di un righello di legno utilissimo per le addizioni ma che all’occorrenza veniva minacciato anche sui ditini dei meno svelti di conto. Eravamo avvantaggiati: non esistevano ancora le calcolatrici, la prima la vidi alle scuole medie maneggiata di nascosto da un bidello come la lampada di Aladino.

Oggi quasi il 40 per cento dei bambini delle elementari non possiede le conoscenze matematiche di base. I risultati Invalsi raccontano che poco più del 60 per cento raggiunge il livello minimo, contro oltre il 70 per cento del 2019. Si dirà: la pandemia. Certo, il Covid ha lasciato una cicatrice nei quaderni. Ma incolpare solo la didattica a distanza sarebbe comodo come dare la colpa alla calcolatrice perché non sappiamo più fare i conti o al termometro perché abbiamo la febbre.

La matematica e il mondo reale

Il problema viene da più lontano. Abbiamo trasformato la matematica, che è il linguaggio delle cose e della natura, come diceva Galileo, in una lingua morta. La insegniamo come una collezione di formule da ricordare e non come una sequenza di domande da capire. Il bambino impara che deve «portare» un numero, «abbassarne» un altro, «cambiare segno», ma nessuno gli spiega dove li stia portando, perché debbano scendere e quale colpa abbia commesso il segno. Così esegue il rito senza comprenderlo. Finché l’esercizio è identico a quello studiato, se la cava. Appena cambia una parola, crolla il castello.

La matematica, invece, nasce dal mondo reale. Dai biscotti da dividere, dai minuti che mancano alla ricreazione, dai passi per arrivare a casa, dal resto che il negoziante deve restituire. Certo, ci sono anche le tabelline da imparare a memoria. Ma non bastano. Prima di diventare astrazione deve essere esperienza. I mattoncini della mia maestra non erano un espediente infantile: erano un ponte. Oggi chiediamo ai bambini di attraversare il fiume senza averlo costruito.

C’è poi il linguaggio. La scuola adopera talvolta parole più complicate dei concetti che vorrebbe spiegare. Invece di avvicinare, intimorisce. E quando il bambino non capisce subito, riceve il verdetto: «Non è portato». La matematica diventa non una materia, ma un’identità: io sono uno che non la capisce. Da quel momento ogni errore non riguarda più un’operazione, riguarda la persona.

I risultati dell’Invalsi

La buona notizia è che più avanti i risultati migliorano. La cattiva è che la scuola primaria dovrebbe essere il luogo in cui si gettano le fondamenta, non quello in cui si aprono le prime crepe. Servono più esercizi, certo, ma soprattutto esercizi sensati; meno regole recitate e più problemi raccontati; meno timore dell’errore e più curiosità. Perché se i bambini di oggi vanno male in matematica la colpa può essere data alle maestre, ai dirigenti scolastici, agli autori dei libri di testo, al provveditorato, al ministero dell’Educazione e del Merito, insomma a tutti meno che ai bambini. Forse non occorre tornare nostalgicamente alle mele e alle pere. Ma ricordarsi perché funzionavano sì. Un bambino capisce davvero un numero quando smette di essere un geroglifico sulla lavagna e torna a indicare qualcosa che può vedere, toccare, dividere e persino mangiare.

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